Nel silenzio, ovattato e surreale di una città in ginocchio, emerge la rabbia.

Non si sentono voci, solo il rumore di stivali di gomma sul fango, del lavoro di migliaia di cittadini che non si arrendono. Un’altra volta. Ancora.
Ma la rabbia è forte, è viva, è pulsante.

La rabbia di ricominciare un’altra volta da capo, quando un’intera classe dirigente, solo tre anni fa, aveva giurato: “mai più!” La rabbia di chi sente, come mai, le istituzioni lontane. Proprio ora che, come mai, servirebbe la loro voce.

Scalderebbe i cuori, un’ammissione di colpa, una qualsiasi dichiarazione d’umiltà. Il coraggio, di chi ammette “potevamo fare di più”, di chi rimette il proprio mandato nelle mani dei cittadini.
Nel silenzio, rimbomba più di chiunque altro la scomparsa di Raffaella Paita. Negli ultimi tre giorni, non una parola, non una dichiarazione pubblica, non un comunicato. Nulla. È letteralmente sparita. Umile, lei sì, per la prima volta. Nella vergogna. Il suo silenzio non è certo un dettaglio di poco conto, essendo Lei assessore della Regione Liguria alle infrastrutture, da cinque anni, nonché, più recentemente, alla protezione civile e alla difesa del suolo. La rappresentante delle istituzioni più investita, quindi, da questa tragedia. Nonché, altro piccolo dettaglio, auto candidatasi a governare la Regione per i prossimi cinque anni. Appoggiata da chi questa povera Liguria ha governato (coi tristi risultati sotto gli occhi di tutti) nell’ultimo decennio.

Gli ultimi giorni hanno zittito la Paita, che nell’ultimo anno non ci aveva lasciato un solo giorno di sollievo, o di tregua, in una campagna elettorale incessante e soffocante. Un ultimo anno passato a promettere, a pontificare, a raccogliere nuove deleghe che non sapeva né ha saputo onorare. Come tragicamente emerso nel fango di Genova. Gli ultimi giorni hanno umiliato la Paita e le sue politiche da assessore, del tutto fallimentari nei risultati e nei progetti faraonici di grandi opere (gronda, terzo valico), che oggi appaiono grottesche nel loro imbarazzante paradosso: grandi collegamenti per collegare una città al mondo, quando questa città è costretta e umiliata in ginocchio da un temporale.
Ha scelto il silenzio.

È forte, invece, tra la gente, nella strada, sui social network, la voce che chiede le sue dimissioni. Gesto che appare ai più logico, quasi naturale dopo un disastro del genere, che ha saputo imbarazzare la sua ambizione del tutto priva di ogni limite. Ma non sperate.
Come può rinunciare a un ruolo che gli permette di tagliare qualche altro nastrino, nei prossimi mesi? Ci saranno certamente nuove tavole rotonde, da presenziare. Nuove dichiarazioni, da offrire. Nuove promesse, da destinare a un popolo sfinito. Nuove giustificazioni, da rimbalzare a colui che ha sempre avuto la colpa: NESSUNO.

Accontentatevi, del silenzio. È un dono da conservare, prezioso, eccezionale in una campagna elettorale ininterrotta. Immaginate la rabbia, che in questi giorni avrebbe scaturito qualche imbarazzante discorso sulla gestione delle emergenze, sui progetti per il futuro, sul nulla.
Questo, sarebbe stato certamente inaccettabile. Un insulto, rivolto a chi cammina nel fango, appesantito dagli attrezzi e dalla fatica, in silenzio, ma con la dignità di chi spera, ancora, in una Regione in ginocchio.
Senza nutrire, per davvero, grandi speranze.
Di chi spera che questo flebile sussulto di vergogna, sotto forma di silenzio, rimanga.
Senza nutrire, per davvero, grandi speranze.

 

Pubblicato su LaSpeziaOggi

 

 

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