Perché le questioni poste dalle primarie in Liguria rischiano di sconvolgere la stessa natura del PD di Matteo Renzi

La grana delle primarie Liguri rischia di deflagrare a livello nazionale e sconvolgere la stessa natura del PD di Matteo Renzi.
Il collegio dei garanti, riunito per esaminare le contestazioni, ha annullato il risultato di 13 seggi su 300, riconoscendone esplicite irregolarità.

Precisamente, 3928 voti. Eliminati, con un colpo di spugna. Spariti dalla contesa. Su 54mila totali, più del 7% dei voti registrati. Un’enormità.

Non semplici illazioni o recriminazioni, ma irregolarità riconosciute dallo stesso PD.

A queste, vanno aggiunti almeno altri due seggi sotto la lente d’ingrandimento dello Sco e della Digos, della procura antimafia di Genova e della procura di Savona.

Oltre a nuove segnalazioni che Sergio Cofferati ha dichiarato di portare in procura entro la fine della settimana. Un clima pesantissimo, che pesa su un PD ligure già pesantemente infiacchito da alluvioni e dalla stessa campagna elettorale delle primarie, durissima e giocata senza esclusioni di colpi da ambo le parti.

Matteo Renzi, in qualità di segretario PD, ha provato in direzione nazionale a soffocare il tutto proclamando sbrigativamente Raffaella Paita come vincitrice, sostenendo che il partito sarà con lei. Compatto. Inconsapevole dello tsunami che avrebbe provocato lo strappo di Sergio Cofferati nell’ala sinistra del partito il giorno seguente.

Né, appare evidente, sembra bastare l’accusa d’infantilismo rivolta allo stesso Cofferati, non scevra da insulti e sarcasmi, per chiudere la questione.

In definitiva, le primarie sono state sì dichiarate in parte inquinate e irregolari, ma “non abbastanza”.

Vi è un precedente: le contestatissime primarie Campane del 2011. Allora, i voti annullati erano molti meno, 1200, e anche allora il risultato finale non era stato messo in dubbio dalle contestazioni. Tuttavia, l’allora segretario Pierluigi Bersani annullò le primarie e commissariò il partito campano.

In quel caso, i seggi “inquinati” erano solo tre, non tredici. Ma si annullò.

Evidentemente, il metro di giudizio è ad oggi profondamente mutato.

L’impressione è che, ora, la questione sia tuttavia ben più grave della proclamazione di un vincitore o dell’altro. Rimangono, difatti, aperte almeno tre importanti questioni: tutte politiche, autentiche voragini che pesano sulle spalle di un PD mai così frammentato e sull’orlo di una scissione.

Per di più a pochi giorni dalla decisiva elezione del capo dello stato.

La prima, la legalità.

Per annullare un voto irregolare, si è utilizzato il metro di eliminare il risultato dell’intero seggio.
Del resto, la commissione non può sapere “quali” fossero i voti irregolari, una volta ricevute e accertate le irregolarità. Sono stati, in questo modo, inevitabilmente annullati anche voti validi, cancellati come tutti gli altri.

Non è un caso, tuttavia, come ricordato dallo stesso Cofferati, che le segnalazioni fossero arrivate esclusivamente dalla sua parte, che si è tuttavia poi vista inevitabilmente annullare anche i voti a proprio favore. Non si può escludere, aprioristicamente, che i voti irregolari possano essere solo da una parte. O dall’altra.

Il voto, inevitabilmente, è stato alterato. E non sapremo mai in che misura, non avremo mai numeri certi né un risultato finale che non sia prossimo a una mera stima, in cui si annullano interi seggi per l’impossibilità di identificare i casi specifici.
Il caos e la nebbia ha avvolto, e avvolgerà sempre, queste primarie.

Questo, da solo, sarebbe un dato che richiederebbe un loro annullamento.

Com’è possibile, che un partito che fa della legalità una questione fondante consegni e ai propri elettori e alla storia un risultato parziale?

Emerge in più un problema etico, che richiama, inquietante, la recentissima inchiesta di mafia capitale.

Nelle motivazioni degli annullamenti, si citano gruppi di stranieri accompagnati da interpreti che li indirizzavano e pagavano prontamente per loro, scatti di fotografie all’interno della cabina elettorale, elettori che richiedono i soldi “promessi” una volta arrivati al seggio, schede già votate consegnate prima dell’orario dell’apertura (consegnate da chi?), o addirittura non vidimate (la domanda si ripropone).

Come si può solo pensare a gruppi interi di cinesi, nordafricani, ecuadoregni, rom e altre etnie che votano spontaneamente e disinteressatamente, spinti da un’irrefrenabile sintonia programmatica con una parte politica di un paese del quale neppure conoscono la lingua?

Non nascondiamoci dietro la foglia di fico del razzismo, dell’integrazione o della partecipazione al voto: appare evidente a chi non voglia insultare logica e buon senso che tali gruppi fossero e siano facilmente (ed economicamente) arruolabili in massa per servire una parte politica senza grossi peli sullo stomaco.

Già il PD è stato offeso e umiliato dall’inchiesta che ha messo a nudo la capitale, come può chiudere gli occhi e accettare una situazione di questo tipo?

Si potrà dire, “sono casi isolati”. Certamente, quelli segnalati e annullati. Ma se ben 13 seggi sono stati viziati da irregolarità di questo tipo, abnormi, quasi grottesche, come si può pensare che non sia stato un vero e proprio modus operandi, in molti altri seggi non individuato? I 13 seggi ricoprono la geografia ligure senza soluzione di continuità: da Levante a Ponente, in provincia quanto nei centri cittadini.

Come si può presumere che nel seggio immediatamente adiacente a dove sono state riscontrate irregolarità tali, goffe e ridicole, sia al contrario tutto regolare?

Sorge quindi un’enorme questione morale non risolta: non si può condannare, a parole, il sistema di gruppi organizzati servi dei centri di potere Romani, commissariare il partito capitale in nome dell’eticità di partito e far finta che a Lavagna o Genova tutto vada bene. Dove sta indagando l’antimafia.

Senza citare il caso spinoso dei voti organizzati dalla destra, che avvolge la seconda grande questione che avvolge il PD tutto: il perimetro delle alleanze e degli ideali stessi del partito.

A riguardo, Cofferati e Paita hanno proposto durante tutta la campagna elettorale idee radicalmente opposte. Il primo, tradizionalista, non ha accettato voti dalla destra, facendone un personale cavallo di battaglia. Raffaella Paita, al contrario, (pur storica comunista, ma accecata dal Renzismo dell’ultima ora, dopo le dimissioni di Bersani) ha accettato i voti organizzati dal Nuovo Centro Destra e di frange forziste, dalle quali è stata accompagnata nel corso dell’intera campagna elettorale.

Si apre una questione di fondo. Le larghe intese sono frutto di emergenza nazionale, o possono essere proposte anticipatamente al voto per governare regione o paese tutto?

Il PD vanta idee e ideali diversi da quelli propri della destra, o ne è compagna?

Proprio ieri, per disinnescare le crescenti polemiche, la Paita ha dichiarato che il perimetro delle alleanze sarà deciso dall’intero PD, ma che lei non intende allearsi con partiti che contengono nel nome e negli ideali la parola “destra”.

Ma, nel caso, se fosse quindi esclusa l’ipotesi di un’alleanza locale con NCD o altri partiti di centrodestra, come potrebbero pesare i voti ricevuti da quella parte politica?
È ragionevole pensare che gruppi dirigenti locali della destra abbiano spostato, almeno, tremila voti. Parliamo, per fare i nomi più noti e ricorrenti, di sindaci ed ex Senatori come Franco Orsi; assessori regionali quali Alessio Saso e Gino Garibaldi; deputati e coordinatori regionali come Eugenio Minasso.

Nel caso, la vittoria della Paita sarebbe ovviamente e logicamente viziata, richiamando con forza la prima questione, della legalità.

La terza questione rimasta aperta, richiama direttamente la figura di Matteo Renzi e la logica delle primarie aperte, che ha portato alla sua presa del partito e del paese.

Le primarie aperte e non regolate, si prestano evidentemente e inevitabilmente a essere infiltrate e inquinate. O, almeno, offrono motivati alibi di proteste e accuse da parte dei perdenti, consegnando un risultato fragile e mai realmente definitivo.

Si può continuare a minimizzare la questione, sottovalutarla, ignorare o sorvolare su inchieste e processi che raccontano di infiltrazioni mafiose nelle elezioni, ma prima o poi i partiti rischieranno di frantumarsi contro questo muro di omertà e dovranno affrontare la questione, che ciclicamente si ripresenta all’interno del dibattito politico italiano, anche a riguardo delle preferenze.

Sergio Cofferati ha sollevato tali questioni, ritenendo che ponessero in dubbio valori alla base stessa della fondazione ed esistenza del PD (del quale egli è fondatore, va ricordato).

Ne ha ricevuto, per risposta, una pernacchia. Per questo, ha lasciato.

Ma tali questioni, irrisolte, rischiano di deflagrare e far implodere dall’interno del PD una frangia sempre più riottosa e numericamente rilevante.
Se non provocare direttamente una scissione vera e propria, dagli esiti politici e istituzionali fumosi e incerti.

E l’apparenza è che non basti una battuta, o un tweet, per nascondere l’imbarazzo.

Pubblicato su Formiche (21/01/2015)

Sergio Cofferati annuncia il proprio addio al Partito Democratico, 17/01/2015

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