Ho 9 anni e la mia bisnonna, tedesca, chiede ai vicini di casa (Bad Heilbrunn: piccolo paese termale vicino a Monaco di Baviera dove passavo le vacanze estive) se posso vedere le tappe del Tour de France con loro. Quei provvidenziali Müller (forse era questo il nome) dicono di sì e mi ritrovo a tifare Pantani contro Ullrich, sostenuto dall’appassionato signor Müller. Vincerà Pantani e sarà la prima delle grandi vittorie italiane contro i tedeschi, per di più fuori casa, nel mio olimpo personale.

Pochi mesi prima, mio padre mi chiamava per vedere una tappa del Giro d’Italia. Non sopportavo il ciclismo allora, nè lo capivo: vedevo soltanto un gruppo di persone che correvano in fila o in gruppo, aggrappati a una bicicletta. Una noia immensa: figurarsi a 9 anni. Mio padre era appassionato più di campioni, montagne e leggende, che di ciclismo. E quella era una tappa bestiale, che si arrampicava nel mito delle dolomiti fino a Selva di Val Gardena.
Annoiato a morte, vedo all’improvviso nella tv di cucina un giovane italiano che si alza sui pedali e comincia a salire: leggero come una piuma, cattivo come un diavolo. Senza accorgermene, mi sale un groppo nello stomaco e comincio a tifarlo, quel diavolo. Scopro in due salite tutto quello che c’è da scoprire: come può conquistare la maglia rosa e cosa significhi, quella maglia.

Da allora, non ho più lasciato Pantani. Quel giro lo vinse e vinse anche il Tour de France che ho vissuto in Germania, in una doppietta che lo rese immortale. Ho sofferto l’anno dopo, quando in quella maledetta mattinata di Madonna di Campiglio l’hanno spodestato e umiliato. Ho sperato ogni anno che tornasse, mi alzavo sui pedali con lui ogni volta che tentava di riprovarci, come sulla mia bici: ero pure diventato un aspirante ciclista. Ma Pantani non è più tornato, precipitato nel buio della depressione e della sconfitta.

È difficile stilare una classifica dei più grandi di ogni sport: cambiano i tempi, i valori, gli avversari. Ma le emozioni restano: più o meno forti. Il groppo nello stomaco che ti fa salire un campione è unico: e non deve essere per forza il più forte per essere il più grande.
Per me Pantani è stato il più grande, e il ciclismo nella mia vita è lentamente morto con lui, con la sua assenza. Nessuno mi ha mai emozionato come lui, quando si alzava sui pedali e sfidava il mondo.

Finalmente oggi la verità è venuta a gallo, su quella maledetta Madonna di Campiglio. “Un clan camorristico minaccò un medico”, scrive il pm “per costringerlo ad alterare il test e far risultare Pantani fuori norma”.
Non ti restituiremo la vita, ma forse la dignità. Quella dignità che ti è stata calpestata e che ti ha umiliato e sconfitto più di qualsiasi avversario, sulla strada o nella vita.
Continua a scalare le vette del paradiso, campione immenso.

Pantani

Pantani

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