Proprio in questo momento, l’Unione Comunale del Partito Democratico sta decidendo le sorti della Spezia, la mia città. Tra quattro mura, un pugno di persone ormai rappresentative di un consenso poco più che personale decidono se la giunta possa sopravvivere alla tempesta o meno, se andremo a elezioni con un sindaco o un commissario. Quando, soprattutto.

Ormai il sindaco è un uomo solo e neppure più al comando, i suoi compagni di partito lo stanno sbranando ma ancora non l’hanno sfiduciato. Lui si difende come può, è un gruppo di potere contro un altro: ognuno tenta di capire come può salvare la propria pelle oggi, e che potere esercitare domani. Senza neppure considerare di poterlo perdere: del resto l’hanno ricevuto sempre e in bianco.

Quel che è chiaro a tutti è che la politica, quando il consenso è perduto, richiede sacrificio: il sacrificio degli altri, ovviamente. Stanno cercando l’agnello e ognuno punta il dito.
La città è ostaggio di questi giochi di posizionamento, apparato e potere: poco o nulla importa la condizione stessa della città o dei suoi cittadini.
La Spezia, umiliata e sporca, offre un perfetto esempio del clamoroso distacco che stanno vivendo i cittadini dalla politica o, meglio, dai politici: incapaci di osservare quel cratere, ben protetti dalle loro quattro mura.

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