Esco da Montecitorio, sono andato a salutare un grande uomo.

Dovevo andare a trovare Marco Pannella questa settimana, nella sua polverosa mansarda romana. Vivrò il rimorso di averlo salutato qui, oggi. Nell’ultimo mese la sua casa ha vissuto un autentico pellegrinaggio, con tanti uomini e donne che hanno ancora una volta voluto vedere la forza dei suoi occhi. Lui soffriva le pene dell’inferno. Soffriva come un cane: aveva due metastasi. Ma accoglieva tutti, parlava con tutti. Ascoltava, con attenzione. La sua casa era aperta: come negli anni ’70, quando le BR lo minacciavano e lui per tutta risposta scardinava il portone di casa e appendeva un cartello: “VENITE AD AMMAZZARMI, VIGLIACCHI”.

Ha parlato di politica, di idee, di futuro: fino all’ultimo istante. Soffriva, ma il suo corpo come sempre incarnava ed era strumento stesso della sua politica. Ed è così ancora oggi, che lui non è più ma la sua camera ardente è a Montecitorio. Ancora oggi, il suo corpo ricorda a tutti la forza delle sue idee e la sua passione travolgente per la vita, per i diritti, per le libertà dei primi e degli ultimi.

Non condivido la polemica di chi dice “tutti a incensarlo ora: quando era, che consenso aveva?” Parliamoci chiaro, le idee di Pannella sono sempre state largamente minoritarie. Sempre. La storia ha dato ragione a Pannella. Il tempo, non le persone.
Lui parlava di divorzio e aborto all’Italia cattolica. Quarant’anni dopo viviamo un’Italia più laica, e le sue idee sono di tutti. Parlava di diritti civili quando i partiti politici facevano a gara di bigottismo coi vescovi. Oggi festeggiano tutti la rivoluzione arcobaleno, trent’anni dopo aver donato a Pannella del massimo della considerazione con qualche botta di frocio. Lui parlava di giustizia e di strapotere delle procure ai tempi di Tortora, oggi è una gara ovunque al garantismo e alle sue parole. Abusandone, pure: lui che non è stato mai neppure sfiorato da un avviso di garanzia, nonostante abbia dedicato la sua vita alla politica. Ma in carcere ci è andato, eccome: per urlare ai diritti degli ultimi. E oggi si parla di carceri disumane. Parlava di riduzione del debito pubblico, trent’anni prima il fiscal compact. Parlava di legge elettorale, di maggioritario, di abolizione del Senato: trent’anni dopo il dibattito politico è sulle sue parole. Parlava di finanziamento pubblico ai partiti e vitalizi dei parlamentari, trent’anni prima la rivoluzione a cinque stelle.

Parliamoci chiaro: Pannella è sempre stato trent’anni avanti. Per questo non era capito, spesso preso per il culo, talvolta umiliato. Ma lui ha sempre continuato, imperterrito, sempre: usando e maltrattando il suo corpo, fino all’ultimo giorno, retto in piedi dalla dignità e dalla forza delle sue idee.

Per questo Pannella era di tutti e tutti hanno il diritto di piangerlo e salutarlo, perchè la sua vita è l’incarnazione stessa di una passione travolgente che è diventata missione. La sua vita è la spiegazione di come un solo uomo può cambiare le cose e migliorarle, per molti. Tutti l’hanno capito: per primi chi lo prendeva per il culo. E tutti sanno che grazie a Pannella l’Italia è oggi un paese più libero.

Oggi a salutarlo c’era una folla variopinta, bellissima: bambini, monaci tibetani, ministri. Un bambino ha chiesto al padre: “ma chi era questo Marco?” Ho risposto io: “un gigante, tra tanti nani”.

Grazie Marco

La folla in attesa di salutare per l'ultima volta Pannella, nella sua camera ardente a Montecitorio

La folla in attesa di salutare per l’ultima volta Pannella, nella sua camera ardente a Montecitorio

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