Oggi gli Stati Uniti d’America eleggeranno il loro nuovo Presidente.

Sarà un’America molto diversa quella che andrà al voto, rispetto a quella che ha rieletto Barack Obama quattro anni fa. L’elettorato di questa nuova tornata sarà, difatti, il più eterogeneo della storia. Secondo le analisi del Pew Research Center, quasi un elettore su 3 (il 31 per cento!) sarà nero, ispanico, asiatico o appartenente a qualche altra minoranza.

In quattro Stati (California, Texas, New Mexico e Hawaii) le minoranze rappresentano, sommate, più del 50 per cento dell’elettorato attivo. Per la prima volta nella storia i “Millennials” (nati tra il 1981 e il 1999) saranno più della “generazione X” (i loro genitori, nati tra il 1965 e il 1980) e, sommati, tra loro supereranno le generazioni precedenti.

In questo scenario la proposta politica di Donald Trump, manifestamente vicina all’elettorato più anziano e più bianco, dovrebbe essere soffocata. La realtà dipinge tutto un altro scenario. Per quanto considerata improbabile da sondaggisti e analisti, la vittoria di Trump è ancora possibile. I sondaggi sono fluttuanti, l’affluenza può giocare uno scherzo terribile ai democratici: il numero degli indecisi, il maggior fattore di incertezza di questa tornata a causa dell’impopolarità galoppante di entrambi i candidati, non è mai stata così alta. La sacca di chi rifiuta l’etichetta democratica quanto quella repubblicana, o che dichiara di votare un candidato minore (il libertario Gary Johnson o la verde Jill Stein) ma potenziale elettore dei due maggiori a ridosso del voto, è immensa. Gli indecisi e gli elettori dei candidati minori sembrano preferire Trump: non è un caso che Hillary Clinton abbia visto crollare il suo vantaggio nell’ultima settimana, senza tuttavia perdere punti. In due parole l’affluenza crescente aiuta Trump, terrorizzando i democrats.

Nonostante sul piano nazionale e nei maggiori Stati in bilico Hillary sia ancora avanti, l’ipotesi che ci sia una larga fetta di elettori “sommersi” di Trump non considerati dagli analisti, fa sì che non serva più un grosso errore nei sondaggi per portare clamorosamente Trump alla Casa Bianca: bastano due punti percentuali circa su scala nazionale. Un errore quasi irrilevante. L’unica certezza che ci consegneranno queste elezioni è che, grande o piccola, maggioritaria o meno, una parte consistente degli elettori a stelle e strisce, possiamo già dire con certezza attorno alla loro metà, vorrebbe come suo Presidente un uomo considerato dai più volgare, ignorante e irresponsabile. Un uomo che incarna le paura della fetta più conservatrice del Paese, l’aggressività del denaro, un misto di spacconate, maschilismo, luoghi comuni e sogni banali: inadatto per i più alla presidenza, ben oltre qualsiasi altro candidato della storia. Tutto questo nonostante l’elettorato da un punto di vista anagrafico e sociale non sia mai stato così lontano, come oggi, dall’idea espressa da Trump.

Il lato sorprendente, o inquietante a seconda dell’interpretazione che ne si vuol dare, è che esistano alla base di tutto questo motivazioni precise. In coerenza col resto del mondo, anche negli Stati Uniti le disuguaglianze non sono mai state così nette. Il potere d’acquisto del salario medio è crollato, coi profitti dei grandi imprenditori e delle grandi imprese sempre più impressionanti. La presenza quasi incontrollata di tanti immigrati clandestini, unita al libero scambio con Paesi in cui la manodopera non costa nulla, ha creato una pressione enorme sugli stipendi della classe media e di quella più povera, composta da operai e impiegati di basso livello. Il costo degli studi universitari è quasi inavvicinabile per la middle class, in barba al tanto decantato sogno americano che permetteva anche al giovane più umile una educazione d’eccellenza. Questo cocktail, unito alla sempre più ridotta leadership a stelle e strisce in politica estera ed economica globale, ha creato un forte rancore sociale.

Quale che sia il risultato delle elezioni presidenziali, metà degli statunitensi si sente discriminata dalle evoluzioni economiche e sociali che la colpiscono ferocemente, nella sua identità e nelle sue aspettative verso il futuro. Martedì si presenteranno al voto due Americhe mai così all’opposto tra loro: quel che è certo è che i più sfortunati tra loro abbiano trasformato Donald Trump in un eroe. Trump attacca l’establishment, la politica tradizionale e i mezzi d’informazione e per questo l’America in difficoltà lo sostiene, anche se ne percepisce gli eccessi, che non contano più. È impressionante il numero di scivoloni che ha collezionato Trump nell’ultimo anno e che avrebbero affossato qualsiasi candidatura, ma non la sua. Anche se Hillary vincesse, dovrà fare i conti con questo immenso tessuto sociale, che non ha mai saputo rappresentare. E che potrebbe rendere la sua Presidenza un Vietnam, con Trump che al contrario con la sua rappresentanza ha già ottenuto una vittoria. Tanto più preziosa, perché imprevista e inimmaginata dalla totalità dei suoi rivali e dai mezzi di informazione. Proprio lui: l’uomo ignorante, inadatto, troglodita, che ha compreso e incarnato ciò che tutti ignoravano.

Pubblicato su l’Opinione la mattina dell’8 novembre 2016.

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