da Brooklyn, New York

Il quartier generale della campagna di Hillary Clinton sorge a Brooklyn Heights, in un’atmosfera d’altri tempi tra palazzi con i tipici brownstones (i mattoncini rossi), le chiese antiche, i lunghi viali alberati che hanno richiamato negli anni l’attenzione di Woody Allen e Truman Capote. Il ponte di Brooklyn lo separa dal vortice della vita di Manhattan, che si osserva nella bellezza iconica della sua Skyline dalle finestre del 10° e 11° piano del grattacielo che fa da base al quartier generale.

L’atmosfera che circonda in queste ore le sue stanze è irreale: come se ci si debba ancora risvegliare da un incubo. Lo shock per la sconfitta è fortissimo e non ancora metabolizzato, l’adrenalina che ha pompato nel sangue di chi ha lavorato alla campagna circola ancora nelle vene: chi si immagina il deserto in queste ore, rimane deluso. Vagano per le sale oltre 500 giovani lavoratori, per lo più giovani tra i 20 e i 30 anni, ricordando gli ambienti ormai mainstream della Silicon Valley. Laptop sono aperti ovunque, grafici di ogni dimensioni appesi alle pareti che consegnano a tutti la dura realtà: Hillary ha perso, Donald Trump è il 45° Presidente degli Stati Uniti d’America.

Tra le stanze vaga anche Elan Kriegel, responsabile dell’analisi del messaggio di Hillary. Durante tutta la campagna Kriegel col suo team ha realizzato oltre 400000 simulazioni per cercare di massimizzare il messaggio di Hillary, rivolgendosi a target specifici di persone divise per età, classe sociale, religione, cultura. Il racconto di tutto questo lavoro è amaro, la consapevolezza che gli sforzi di oltre un anno si siano rivelati inutili è forte. “Non importa la tecnica, quando il messaggio dell’avversario è più forte”. E proprio qui sta una delle chiavi della vittoria di Trump: lui ha attaccato l’establishment, la politica tradizionale e i mezzi d’informazione e per questo l’America in difficoltà l’ha sostenuto, anche se ne ha percepito gli eccessi. E Kriegel, Hillary né tutti i volontari di questa lunga avventura che è stata la campagna elettorale sono riusciti ad invertire questo messaggio.

È quasi commovente la lunga fila di volontari alla porta, nonostante sia tutto finito.

Quartier generale di Hillary Clinton a Brooklyn, New York

Quartier generale di Hillary Clinton a Brooklyn, New York

Paul Hewer è un giovane ricercatore in ingegneria nucleare, viene da Calgary nel Canada: “ho preso una settimana di ferie per raggiungere New York e, nel mio piccolo, aiutare Hillary”. Ha scelto di abbandonare reattori e combustibili, per chiudersi una settimana dal mattino alla sera in una stanza e chiamare prima gli elettori al voto, dopo invitarli a non mollare, a impegnarsi ancora, perché proprio ora il loro sforzo serve più che prima. “Il messaggio di Hillary è potente, ricco di speranza e si contrappone a quello di Trump, basato sull’odio” sostiene Paul: “sono cittadino americano e vivo ora in Canada: non ci sono muri tra questi due grandi paesi. Abbiamo lottato per centinaia di anni per abbatterli, perché dovremmo ricostruirli?” Il riferimento è una delle colonne portanti del messaggio di Trump: la volontà di costruire un muro al confine col Messico per bloccare l’immigrazione messicana ormai fuori controllo. Unita al libero scambio con paesi in cui la manodopera non costa nulla, questa ha creato una pressione enorme sugli stipendi della classe media e di quella più povera, composta da operai e impiegati di basso livello. Questo cocktail ha creato un forte rancore sociale, consegnando quindi a Trump lo zoccolo duro del suo elettorato.

Paul Hewer, Calgary

Paul Hewer, Calgary

Gabriela Rosales è una psicoterapeuta, vive e lavora a Brooklyn. “Sono fieramente venezuelana e americana, questo paese è diventato grande perché ha saputo offrire un’occasione a tutti. Ma ieri qualcosa si è spezzato. Molti repubblicani parlano di unità e dialogo: lo ha fatto lo stesso Trump. Ma come possono, onestamente, pensare di portare unità quando parla di costruire muri, vietare l’aborto e porre divieti religiosi?” Le parole sono ricolme di incredulità.

Gabriela Rosales, Brooklyn - New York

Gabriela Rosales, Brooklyn – New York

Si rivolge a me John Del Pino, scrittore e ricercatore all’università di Washington DC, quasi chiedendomi scusa: “capisco che stiamo rappresentando, come americani, il nostro stereotipo più orribile. Ma non siamo tutti ignoranti, non siamo tutti ricolmi d’odio!” Il sentimento che pervade tutti è di paura e preoccupazione, violentocome un pugno nello stomaco. “Come fanno gli Americani a parlare di immigrati, non capiscono che non esistono neppure gli Americani senza immigrati? Questa è una nazione giovane, che si è costruita accogliendo europei, africani, sudamericani, asiatici. Italiani. Non esistono statunitensi, siamo tutti immigrati”.

John Del Pino, Washington DC

John Del Pino, Washington DC

Lakhbir Sodhi è un vecchio Sikh, vive in America dal 1965, quando si è trasferito dall’India e aveva 14 anni. “Sono un immigrato, ma in questo grande paese non mi sono mai sentito un estraneo. Fino ad oggi. Ho studiato a Princeton, nel New Jersey, per lavorare tutta una vita come ingegnere meccanico. Ho vissuto le ultime settimane nella paura, ma ora non c’è più speranza. Capisco soltanto ora, dopo una vita, che la maggior parte degli americani non mi vuole qui. Capisco ora che non importa quanto duramente ci abbia provato, quanto fortemente abbia cercato di affondare le mie radici in questa terra e in questo paese. Non sarò mai parte di questa comunità. Anche se sono tutti gentili con me, anche se mi invitano alla loro festa di ringraziamento, nel profondo sono convinti che l’America sia una nazione che appartiene ai bianchi.” Perché sei qui, allora? “Per telefonare a più elettori di Hillary possibile, perché dobbiamo far sapere che non siamo tutti così. Non siamo tutti così”. Il vecchio Lakhbir lo ripete a sé stesso, come un mantra, più che agli altri.

Lakhbir Sodhi, retired engineer

Lakhbir Sodhi, retired engineer

 

Pubblicato su Linkiesta.

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