C’era un Renzi che piaceva agli italiani. Era quel Renzi arrembante all’assalto della nomenklatura politica e del suo simbolo più logoro, il Pd ultimo erede della nostra lunga tradizione partitica.

Il giovane finalmente politically incorrect, che prometteva aria nuova, idee nuove, facce nuove: e gli si poteva credere dal momento che era lui stesso a incarnarle. Inizialmente mal sopportato, mai del tutto digerito, quasi del tutto non supportato dall’establishment del suo partito, perse le primarie che condussero Bersani al massacro contro Grillo e Berlusconi. Immobile e ingessata in un inedito schema tripartitico, costretta ad affidarsi (ancora una volta) a quel vecchio furbone di Napolitano, l’Italia tutta si ritrovò a scoprire nel giovane Renzi l’unica ancora di novità.

In un soffio ha quindi strappato al Pd le chiavi della segreteria, costringendo la sinistra atavicamente contraria all’idea di un uomo solo al comando ad aggrapparvisi: nuda, di fronte alla sbornia di un successo inarrestabile da una parte, colpevole del proprio immobilismo e delle proprie sconfitte dall’altra.

Con Silvio Berlusconi appena cacciato dal Senato e fuori da ogni gioco, Renzi si è poi messo in testa di proporre un ardito ponte istituzionale e ripresentarne le gesta come coprotagonista della scena politica, trasformando così una legislatura strampalata in costituente. L’impresa era ardita, quasi clamorosa: ma coerente con quelle promesse roboanti che ne avevano accompagnato la cavalcata trionfale da Palazzo Vecchio fino al Quirinale.

Poteva fare diversamente? Con quel plebiscito alle spalle e le chiavi del Nazareno e di Palazzo Chigi ormai in tasca, poteva forse aspettare il tempo di un’altra tornata elettorale per ribaltare come promesso l’Italia dalle sue fondamenta, quindi dalla sua Costituzione? Neppure a pensarci: ne andava della sua stessa immagine e narrazione.

Cominciò così il rapido mutamento del Renzi che piaceva agli italiani, nel Renzi della realtà. Che piace decisamente meno.

Spinto dal suo temperamento, dalla sbornia delle europee ma soprattutto dalla mancanza di una forte e coerente maggioranza parlamentare si è sentito indotto, per reggersi in sella, a una disperata e continua ricerca del consenso. Promettendo troppo spesso progetti nuovi e forti, ingraziandosi il serbatoio elettorale con periodici gesti di munificenza, rompendo con tutti e proponendo sempre e solo la sua stessa immagine quale panacea unica di tutti i mali. Ha stracciato quindi il patto del Nazareno, scegliendo da solo Mattarella e volendo umiliare così Berlusconi. Nella direzione di partito che, tre anni dopo averlo incoronato, ne ha ascoltato il mea culpa sul tonfo referendario è tornato a chiamarlo. Ammettendo de facto il peccato politico capitale, probabile genesi di tutto il resto.

Poteva andare diversamente? Forse. Quel che è certo è che il nostro sistema politico-costituzionale non era fatto davvero per aiutarlo. Il sistema Italia non regge l’uomo solo al comando: non lo consentono né le regole né la tradizione. I nostri padri costituenti, illuminati dal ventennio e dalla guerra, soffocarono nella nostra Carta Costituente il ruolo del governo e soprattutto del suo capo, in favore del Parlamento. Le conseguenze sono facilmente osservabili ancora oggi, in un paese stretto e incatenato da mille lacci normativi e burocratici.

Ha provato Berlusconi, a risolvere il tutto per la prima volta con un referendum. Ci ha riprovato quindi Renzi, con tempi e modi che la storia ha già sentenziato come troppo arditi. Non ha capito che non aveva la forza popolare, abbagliato da una folgore improvvisa che ha scambiato per legittimazione. Non ha compreso che non aveva neppure quella partitica, confuso dall’adulazione di mille correnti e di un esecutivo troppo debole, riempito di mediocri che senza di lui sarebbero nullità e, consapevoli, ne sono ciecamente agli ordini. Non aveva, infine, neppure la forza parlamentare: dacché questa legislatura è nata zoppa e senza una maggioranza coesa e coerente, né per altri né per lui.

Abbagliato e illuso da sé stesso, Renzi lascia al suo successore a Palazzo Chigi un’eredità pesantissima. Ha promesso di riformare paese e Costituzione, ma ci lascia due legge elettorali opposte alla Camera e al Senato: una ultra maggioritaria, l’altra ultra proporzionale. Un pasticcio unico nella storia della Repubblica.

Ha difatti legato l’Italicum solo alla Camera, pensando di sciogliere il Senato col referendum che poi ha perso. Ha legato il destino del suo governo e di questa legislatura strampalata alla realizzazione di Italicum e della riforma referendaria. Per realizzare questi obiettivi già falliti, da una condizione di stabilità e col vento popolare in poppa ha sostituito i dissidenti nelle commissioni parlamentari, avvelenato il clima istituzionale, spaccato un partito, il Parlamento e infine il paese. Ha scaricato quindi gli oneri del disastro sulle opposizioni, pur conservando l’accrocchiata maggioranza parlamentare.

Non è esattamente quello che gli italiani si aspettavano, da quel Matteo Renzi che era una straordinaria illusione. E che oggi è una sbiadita realtà.

Certamente quel Renzi piaceva agli italiani. E chissà che oggi non lo ricordi con un certo rimpianto Renzi stesso, magari già progettando di riproporlo all’ormai prossimo giro elettorale.

Pubblicato su Linkiesta e L’Opinione.