Sentivo il freddo sulla fronte e sulle mani, incollate alla vetrata. Gli occhi, da bambino, erano gonfi di meraviglia della grande metropoli, del tramonto che incoronava i mille grattacieli in cristallo e poi la notte, le luci, la luna che illuminava il fiume Hudson e ogni cosa che fluttuava, al vibrare dei traghetti e dei rimorchiatori, al tonfo delle onde, al giocare dei venti, al bagliore delle luci. Una delle visioni più impressionanti ed evocatrici che abbia mai vissuto. Ero al 107° piano di una delle due torri gemelle, Lower Manhattan, New York.

Stavo camminando, fiero e appesantito del mio nuovo e immenso vocabolario di latino. Il giorno dopo avrei cominciato il liceo. All’improvviso ho avuto la sensazione d’un pericolo: le strade vuote e il silenzio, pesantissimo. Sono tornato a casa. Mia sorella era fissa sullo schermo della tv. Non c’era audio. Le immagini, sì. E su ogni canale, vedevo una torre del World Trade Center che bruciava come un gigantesco fiammifero. “Guarda, guarda è la nostra torre! Eravamo lì due mesi fa… guarda!!” Mettiamo l’audio, si parla di un aereo. Siamo paralizzati, inebetiti e poi sullo schermo è apparso un aereo. Bianco, grosso. Volava bassissimo. Si dirigeva verso la seconda torre. Era lentissimo, o forse velocissimo. “NO, NO, NO, NO, NOO NOOOOOOOOOOOO!!!!” E l’aereo che trapassa la seconda torre, come un coltello nel burro. Mia sorella che urla. Io non so, non ricordo. So che dopo quell’eternità, ho fatto l’unica cosa che può fare un bambino di 13 anni quando vive qualcosa più grande di lui. Ho chiamato papà. E poi abbiamo visto la gente che si buttava dalle finestre, e nuotava nell’aria. E poi i crolli. La prima torre che inghiotte sé stessa. E poi il fumo, grigio che copre tutto e la seconda torre che si fonde e si scioglie e crolla. E papà che sussurra a sé stesso e a noi: “il mondo non sarà più lo stesso”.

Luglio 2017. Diluviava. A New York cammini più in fretta, parli più in fretta, pensi più in fretta. Quando piove, ancor di più. Mi sono trovato di fronte al One World Trade Center: quella meraviglia di vetro e ferro che gli americani, orgogliosi, hanno costruito per sfidare il cielo e il passato. Al posto delle due torri, due voragini. A ricordare il vuoto. E i nomi di ognuno, inscritti nel metallo. Mi avvicino, come trascinato da una calamita. Ero solo, avvolto soltanto dal rumore della pioggia e dal profumo pesante dell’asfalto bagnato. Le mie mani hanno sfiorato un nome, nel vuoto del metallo bagnato e gelido. Ed è stato come un pugno nello stomaco, violentissimo e un lampo: la vetrata della torre, la città, la notte e le sue luci. E poi la torre che brucia, la gente che nuota nell’aria e la torre che si scioglie e che crolla. E le parole di mio padre, che sedici anni dopo hanno ancora più senso.

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