Cosa unisce Macron, Obama, Trudeau e Renzi

Barack Obama ha pubblicato, su Facebook, il suo endorsement ufficiale alla campagna di Emmanuel Macron. Lo stesso Macron, sempre sfruttando le piattaforme social ormai strumento di comunicazione ufficiale nella politica internazionale, ha trovato il tempo di fare i suoi complimenti al Matteo Renzi fresco vincitore delle primarie nazionali del Pd. Questi incroci internazionali non sono casuali, né lo sono i loro autori.

Che i sistemi partitici e le dottrine politiche che hanno retto dal dopoguerra il mondo occidentale si stiano squagliando, è ormai chiaro. I partiti tradizionali scollati dai tessuti sociali, i fili conduttori tra i candidati nella forza o meno di interpretare un messaggio pro o anti sistema.

Macron, Renzi e Obama non sono uniti da un’anacronistica e polverosa collocazione di centrosinistra, tra l’altro ben difficile da collocare in sistemi partitici così diversi come quelli separati dall’atlantico. Macron, addirittura, ha rotto col vecchio partito socialista francese che aveva retto il paese coi Rèpublicain dal 1958 ad oggi, fondando un anno fa un movimento politico con l’intento dichiarato di scavalcare le tradizionali divisioni destra-sinistra. Per alcuni commentatori sulla scia di Justin Trudeau, per altri del nostro Matteo Renzi: nessuno schema novecentesco, molto Twitter e un messaggio tutto basato sulla paura dei populismi. Ma non basta questo per accumunare questi profili, che si cercano e si supportano tra loro scavalcando barriere geografiche e politiche. La rivoluzione digitale, come le industrie del futuro che già oggi stiamo assaggiando come robotica, genomica e big data si stanno mostrando capaci di trasformare l’attuale struttura geopolitica. Nel ventesimo secolo lo spartiacque fondamentale che reggeva sistemi politici ed economici correva lungo l’asse sinistra/destra. Nel ventunesimo secolo, che già stiamo assaggiando, lo spartiacque dominante sarà tra sistemi economici aperti e chiusi.

La nuova globalizzazione, i nuovi strumenti digitali, soprattutto il mercato del lavoro rivoluzionato e che non sa più rispondere alle vecchie logiche novecentesche sta già orientando modelli ibridi in tutto il mondo occidentale. Ma che mostrano straordinarie similitudine tra loro.

Così Macron non può che ricordare nel messaggio e conseguentemente nello stile appunto Obama, Renzi e pure Trudeau che si ricercano affannosamente tra un post su Facebook e un Tweet. Marine Le Pen e il suo urlo identitario e antisistema e un pizzico autarchico non possono che essere plasticamente simili alle politiche di Trump, come a quelle di Matteo Salvini o di Nigel Farage. Il vecchio Jean-Luc Mélenchon, vera rivelazione a sinistra della corsa all’Eliseo francese, ricorda anche iconicamente Bernie Sanders. Ma il suo messaggio ritorna prepotente nei comizi ateniesi di Tsipras, come a Madrid coi Podemos e in Italia coi Cinque Stelle.

Sono molti i commentatori che si affannano nell’analisi di una “società liquida” anticipata da Bauman e realizzata oggi nelle fluttuazioni dell’elettorato. Il tema vero è che i sistemi politici ed economici che hanno retto il secolo scorso stanno scomparendo, ovunque in occidente e spesso con tempi e modi molto simili tra loro.

 

Pubblicato su Formiche e L’Opinione

Breaking News Europa Internazionale Mondo

La Liberazione è di tutti

Mio nonno non era partigiano. Poco più che bambino l’hanno strappato alla madre e gli hanno messo sulle spalle una camicia nera. Un fucile in mano e via, in guerra. È stato catturato dai francesi, e ha passato gli anni della sua giovinezza in un campo di concentramento. È sopravvissuto al terrore e al gelo, tornando a casa dopo la guerra in una Spezia povera e liberata.

Mio bisnonno non era partigiano. Si chiamava Franz, ed era bavarese. Ha combattuto nel gelo dell’inverno russo, con la panzer division tedesca. La sua “fortuna” è stata ricevere una pallottola nell’intestino. Ha passato gli ultimi anni della guerra in Danimarca, a riprendersi da una ferita che sembrava non dare scampo. Ha sofferto le pene dell’inferno ed è tornato a casa anni dopo, in una Baviera povera e occupata. Ha costruito la casa della nostra famiglia con le sue mani, perché la sua gli era stata portata via.

È sorprendente scoprire come, ancora oggi, ci sia chi ritiene la liberazione una festa di uno e non dell’altro. La liberazione è di tutti e certo anche mia, che non ho antenati partigiani.

Il 25 aprile si festeggia la liberazione di questo paese dalla tragedia del fascismo, dalla guerra e dalla privazione della libertà. La liberazione è di tutti perché l’Italia di oggi è nata in quella tragedia, che non ha risparmiato nessuno.

Con la sua memoria di paese occupato e umiliato l’Italia si è rialzata, costruendo ciò che è oggi. Senza gli angloamericani non sarebbe mai stata liberata. Senza i partigiani saremmo stati come la Germania: smembrati e sotto lunga occupazione. E i partigiani non erano certo tutti comunisti: ma anche cattolici, socialisti, azionisti, liberali, contadini come intellettuali che non guardavano certo alla politica ma al pezzo di pane che in casa mancava.

Fare della liberazione una festa di pochi e negarla ad altri non solo è un falso storico, ma l’incomprensione stessa di cos’è stata e cosa significhi.

Palazzi Spezia

La Francia è il primo assaggio di un futuro incerto

A quattro giorni dal voto, la corsa all’Eliseo si annuncia aperta come mai. Sono quattro, oggi, i candidati che aspirano concretamente al ballottaggio.

Tra questi solo uno, François Fillon, è il leader di uno dei due schieramenti che hanno retto il sistema politico francese fino ad oggi: i Republicains di Chirac e Sarkozy. Fillon ha per di più scalato il partito da outsider, con le primarie di novembre. Cattolico e liberista, ha corso una campagna tutta in salita: infiacchito da un cocktail di scandali familiari, retorica stantia e un partito vecchio e lacerato. È rimasto, faticosamente, incollato per i sondaggisti al suo 20%. Rappresenta una destra identitaria, rincorrendo Marine Le Pen, pur evitando toni sovranisti e xenofobi e tentando in questo modo di tracciarne un margine.

Marine Le Pen è in vantaggio dalla scorsa estate per tutti i sondaggi, pur correndo col vessillo di un Front National erede de facto della Repubblica di Vichy e, fino a pochi anni fa, considerato da tutti una vergogna nazionale. Forte del proprio messaggio identitario e sovranista cita spesso De Gaulle: “Anche il generale era accusato di essere fascista o bolscevico, ma la Francia non è né di destra né di sinistra: è la Francia”. L’urlo identitario “Au nom de people” riprende così l’America First di Trump, proponendo un nuovo modello per tutti i populismi occidentali di destra.

Emmanuel Macron è la sorpresa, dato fino a pochi giorni fa certo del ballottaggio e ancora oggi in testa e appaiato alla Le Pen col 22%. Giovane funzionario di 39 anni, Macron ha fondato un anno fa un movimento politico con l’intento dichiarato di scavalcare le tradizionali divisioni destra-sinistra. Per alcuni commentatori sulla scia di Justin Trudeau, per altri dei Ciudadanos spagnoli o del nostro Matteo Renzi: nessuno schema novecentesco, molto Twitter e un messaggio basato sulla paura dei populismi. Macron è stato capace, tra i molti, di attrarre l’endorsement di François Bayrou, candidato da centrista alle elezioni presidenziali per ben tre volte. Bayrou alle primarie Republicains aveva appoggiato Juppé contro Fillon: a ulteriore testimonianza di quanto il sistema partitico sia ormai liquido e ci si possa spostare facilmente tra i due partiti tradizionali. Uno schema che ricorda quello Italiano: dove dal 2013 un enorme spazio centrista si è mosso con disinvoltura tra Berlusconi e Renzi, stretti questi ultimi tra sovranisti e grillini.

Jean-Luc Mélenchon è la possibile sorpresa. Clamorosa. Candidato della sinistra radicale, politico di lunghissimo corso ma che si presenta paradossalmente come una figura di rottura e antisistema. Sulla scia di quel Bernie Sanders che ha fatto sognare per mesi la sinistra a stelle e strisce ed europea tutta. Quotato intorno al 18%, è in netta e continua risalita: settimana dopo settimana. A gennaio nessuno lo dava oltre il 10%. Il suo è un messaggio radicale: propone la tassazione al 100% oltre una certa soglia di reddito, il divieto di licenziamenti collettivi per motivi economici, l’uscita totale dall’energia nucleare. Proposte talmente forti (pur nella palese tradizione “gauche”), da risultare oggi anti sistema. Perfettamente in linea con l’esperienza di Sanders, Mélenchon riempie piazze e palazzetti dello sport, parlando per ore con un messaggio di ultra sinistra e di speranza per le fasce sociali più basse e umiliate. I suoi elettori si dichiarano pronti a votare al secondo turno Marine Le Pen: in un paradosso che tanto paradosso non è, le politiche sociali e identitarie contro il messaggio pro sistema degli altri candidati. Un film già visto con gli elettori negli States: i partiti tradizionali ormai scollati dai tessuti sociali, i fili conduttori tra i candidati nella forza o meno di interpretare un messaggio pro o anti sistema.

I programmi dei quattro candidati si diversificano su due punti, più degli altri: l’approccio al nuovo mondo del lavoro (con le diverse proposte, talvolta improbabili, sul reddito universale a farne la base) e, soprattutto, l’Europa. Se Marine Le Pen e Mélenchon propongono una l’uscita e l’altro la riscrittura di tutti i trattati europei, Fillon e Macron pur critici in parte si mostrano più europeisti. Ancora una volta, il filo che lega questo nuovo sistema politico francese al nostro è netto. Le differenze tra Berlusconi e Salvini da una parte, Renzi e Grillo dall’altra, sembrano fotocopie.

Quale che sia il risultato elettorale, il sistema politico che ha retto il paese dal 1958 ad oggi è completamente saltato. Il partito socialista, dopo sessant’anni a giocarsi la Presidenza del paese, è spazzato via. François Hollande è primo Presidente della Repubblica a non difendere il suo mandato. Il candidato ufficiale del partito, Benoît Hamon, galleggia nell’indifferenza generale e nell’impossibilità di raggiungere il secondo turno.

Sono molti i commentatori che si affannano nell’analisi di una “società liquida” anticipata da Bauman e realizzata oggi anche nelle fluttuazioni dell’elettorato. Rimane una certezza: i sistemi partitici e le dottrine politiche che hanno retto dal dopoguerra il mondo occidentale si stanno squagliando. Sempre più velocemente. Nel prossimo anno l’Europa, mai così fragile, osserverà alle urne Francia Gran Bretagna, Germania e infine l’Italia.

La Francia è il primo assaggio di un futuro incerto.

 

Pubblicato su L’Opinione

Giorgio Borrini

Europa Internazionale

Paita (Renzi) e Orlando: due visioni allo scontro

Non si può certo negare tra le doti di Raffaella Paita la chiarezza. E non è poco, nella politica attuale che ci ha abituato a navigare in un mare di vaghezze, commenti ambigui e attenzione alle virgole. “Sono contenta che Orlando voglia candidarsi alla segreteria nazionale del Pd.” Commentava così la candidatura del suo concittadino Andrea Orlando alla segreteria nazionale del Partito democratico, continuando: “ho letto che il ministro della Giustizia scende in campo per rappresentare un punto di vista diverso all’interno del Partito Democratico: bene, sarà l’occasione per spiegare a tutti in cosa consista questa diversità, visto che negli ultimi anni ha sempre votato con Renzi stando nel suo governo, senza mai distinguersi”.

Ed è proprio questa contiguità col Renzi premier, il tallone d’Achille che peserà nella corsa del ministro: dichiaratamente basata su un’alternanza di temi, tempi e modi rispetto alla narrazione ultraveloce renziana. Lo spezzino Orlando, difatti, scopre la sua forza mostrando quello che è: uomo di partito, grigio di abito e rosso di memoria. Ultimo esponente della tradizione migliorista, dentro il Pci, del Presidente Napolitano. Tutta sostanza e socialdemocrazia, niente movimentismo grillico. Un futuro da scrivere ma già un magnifico passato alle spalle, aperto a vent’anni quand’era già segretario della Fgci di Spezia. A quarantotto è già un navigatore consumato: consigliere e assessore comunale, poi deputato e ministro negli ultimi tre governi.

Un mare, quello della politica, che Orlando conosce benissimo e che naviga con uno stile radicalmente diverso da quello della Paita, che si pone in perfetta alternanza a livello locale. Anche antropologica: perfettamente a suo agio nell’incarnare lo stile renziano tutto velocità, istinto, chiarezza. La Paita è una donna forte, determinata, coraggiosa, che non ha paura di attaccare l’avversario anche interno al partito rinunciando a cerchiobottismi o mezze parole. Nel mare mosso del Partito Democratico, dove insulti e scissioni sono quasi all’ordine del giorno, Orlando è invece il legno che si flette ma non si spezza. “Dobbiamo rifare il Pd che abbiamo sognato dieci anni fa, lavorando per evitare che la politica diventi soltanto risse, conflitti e scontri tra personalità”. Parole misurate: l’elogio della lentezza, del dibattito e del passato contrapposti alla furia degli hashtag e dello sguardo rivolto avanti e mai indietro. “Ho deciso di candidarmi perché non mi rassegno al fatto che la politica debba diventare solo prepotenza”. La freccia è dritta al cuore dello stile renziano. E paitiano, a Spezia. Orlando parla con orgoglio una lingua difficile, che appare nostalgica ai più: ma che sa saturare qualche ferita e diaspora di chi guarda con affetto ai tempi di bandiere rosse e dibattiti infiniti nelle segreterie.

Intanto, a Spezia che è la sua città non c’è stato nessun abbandono della nave. Se erano molti a voler già aderire agli scissionisti di Speranza e Bersani, oggi nello spezzino è tutto fermo. Anche al neoborbonico Emiliano nessuno ha annunciato l’adesione. In vista di un congresso che ridisegnerà il partito, strappando vecchi vessilli correntizi e innalzandone di nuovi, a Spezia la separazione tra Paitiani e Orlandiani che ha retto tutte le sfide interne negli scorsi anni si riproporrà ancora più netta. Dividendo il partito locale come una mela, in vista delle primarie del 30 aprile. E a un mese o poco più dalle elezioni comunali. A poco serve la provocazione di Orlando in Sala Dante, domenica sera, quando presentava a Spezia la sua candidatura: “do quasi per scontato che i renziani spezzini mi sosterranno”. Non sarà così e lo sa. Avrà però il supporto, anche se ancora non palese né dichiarato, della terza forza dello schema spezzino che fa riferimento a Brando Benifei e a livello nazionale a Cuperlo.

Il risultato del congresso andrà intanto a definire la composizione delle liste elettorali per le, ormai prossime, elezioni politiche. E Raffaella Paita è in corsa, nel collegio elettorale locale, per un posto in Parlamento. Ampiamente. Porterà con forza, coerentemente col suo stile, il vessillo del renzismo nella sua città natale. Promettendo un risultato importante per Renzi e contro Orlando proprio dove ogni politico dovrebbe essere più forte: a casa sua. E chissà che proprio la candidatura di Orlando non possa così, curiosamente, rappresentare per lei un’opportunità.

Pubblicato su “Il Giornale” del 28/2/2017

Carugi Liguria Politica Spezia

DIRITTI, DIRITTI, DIRITTI

Atterrato in Italia, scopro una capitale bloccata e ostaggio dei tassisti. Uno sciopero violento e surreale. Arrivando da New York, dove convivono pacificamente Taxi, Uber, Lyft, servizi di metropolitana e mobilità pubblica efficienti, queste sensazioni fermentano ancora più forti. Sembra di scorgere i nocchieri scioperare contro l’avvento del motore a scoppio.

DIRITTI, DIRITTI, DIRITTI l’urlo del tassista. Che intanto non mi accetta il bancomat o la carta, costandomi una follia che i Taxi gialli di New York o neri di Londra sono regalati, al confronto. Capisco la follia italiana dei 100mila euro di licenza, ma hanno protestato anche quando si era proposto di abbassarla. Capisco l’assurdità di obblighi rigidissimi di orari o tariffe: ma la soluzione non è certo impedire a qualcun altro di lavorare, quanto liberarsi di qualche obbligo. Nei paesi civili la concorrenza si basa sulla qualità dei servizi, non sul soffocamento delle altre realtà.

DIRITTI, DIRITTI, DIRITTI. L’Italia è come il gigante Gulliver, imbrigliata da mille lacci che ne impediscono di rialzarsi. E al posto che liberarci, ogni giorno ci leghiamo a nuovi laccetti. E gli italiani sono assuefatti al degrado. Si vede ovunque, ogni ora, questa rassegnazione è palpabile. Non vedono via d’uscita. Sono arrabbiati. Nutrono rancore. Sono stanchi, di un paese fermo e imbrigliato. La politica può fare poco: in tutta la storia dell’umanità, la politica da sola non ha mai creato ricchezza. La rivoluzione industriale è un prodotto della tecnologia. Sono l’innovazione, la ricerca, la competenza, il talento, la creatività, l’istruzione che creano il valore aggiunto. L’Italia non lo fa da quindici anni. Il nostro sistema è congegnato per bloccare le energie produttive. E fermare il progresso per difendere qualche diritto, come facciamo da anni, è come cercare di fermare un corso d’acqua con le mani.

DIRITTI, DIRITTI, DIRITTI. Da bambino non mi hanno mai detto che ero titolare di diritti. Né a scuola, né in famiglia. Avevo molti doveri. Se li rispettavo, venivo premiato. Altrimenti, venivo punito. In Italia oggi – nella famiglia, nella scuola, nella società – tutti vogliono tutto. Nessuno è più educato a pensare che per avere qualcosa, prima deve essere disposto a offrire qualcos’altro e in più. Neppure i tassisti. Ma come loro pensionati, politici, giornalisti, avvocati, magistrati, dipendenti pubblici. Tutti. L’intero sistema è congegnato in questo modo. Sono tutti rassegnati a difendere il proprio giardinetto, timorosi che qualcun altro possa metterci piede. Hanno il terrore del futuro, perché si sono ormai rassegnati a non vederlo più in questo paese fermo e imbrigliato .

DIRITTI, DIRITTI, DIRITTI. Un paese così non può funzionare. È un paese morto. E chi lo dice è un ragazzo innamorato perdutamente della propria terra, dove vorrebbe crescere e veder crescere la propria famiglia, ma che come molti altri si scopre con un piede da qualche altra parte. Dove non si è soltanto, e stancamente, rassegnati al passato.

Palazzi Politica Scenari

Mr. President – Da George Washington a Donald Trump

Per commentare questo nuovo, interessantissimo libro non possiamo che partire presentando la casa editrice: CasaSirio.

Tutto comincia dall’appartamento di Torino, dove Sirio è il gatto. Ed è una storia vera. Una casa di studenti, dove convivono studenti della Scuola Holden, sogni e progetti un po’ folli, nell’età dove tutto è possibile.

Nasce così CasaSirio Editore, dall’idea e dell’impegno di giovani amici, tutti più o meno trent’anni. Siamo nel 2014, nell’era dove anche i giganti dell’editoria soffrono, nasce l’idea della “casa editrice dei sogni”: dove è pubblicato soltanto ciò che vale davvero la pena leggere. Ragazzi e ragazze che hanno deciso di mettersi in gioco, soli: chi vive a Torino, chi a Genova, chi a Roma. Lavorano principalmente su Skype, ma hanno tutto quello che occorre per lavorare bene: correttori di bozze, grafici, un ufficio stampa, un distributore che permette di essere ordinabili e recapitati nelle 1000 e più librerie iscritte al circuito e anche su Amazon, IBS e tanti altri negozi online.

CasaSirio si definisce “casa editrice pop”: narrativa di qualità, storie semplici e veloci, fruibilità di lettura, trasversalità dei temi, elasticità di linguaggio. Poche uscite e selezionate, l’autore del libro coinvolto in ogni aspetto della sua pubblicazione. Alcuni dettagli rendono CasaSirio una casa editrice di nicchia e ricercata: i libri sono davvero curati in ogni loro aspetto, la carta è riciclata e profumatissima. Un piacere da leggere e da sfogliare, come quando eravamo bambini e i libri non si leggevano soltanto.

Il futuro è loro, il presente è (anche) questo nuovo libro di Fernando Masullo e Andrea Bozzo: MR.PRESIDENT.

La cover di MR. PRESIDENT

Masullo e Bozzo ci raccontano la storia degli Stati Uniti attraverso i ritratti dei loro uomini più rappresentativi: quei 45 Presidenti che, per un periodo più o meno lungo, hanno avuto tra le mani le sorti del mondo.

Fernando Masullo è stato cronista politico durante la Prima Repubblica e per dieci anni corrispondente dagli Usa, dove ha seguito, dal vivo, tre campagne Presidenziali. Al rientro in Italia, è stato Vicedirettore del Giornale Radio e poi di Raitre, dove ha dato vita a Ballarò e Hotel Patria.
Le pennellate di Andrea Bozzo sono comparse sul New York Times, Vanity Fair, La Stampa, la Repubblica, Feltrinelli, Il Sole 24 ore, Corraini Edizioni, Bologna Children Book Fair. Dal 2016 disegna l’ultima pagina di Linus.

Coerentemente con lo stile “pop” di CasaSirio, le presentazioni sono originali, leggere e godibilissime. Raccontano di Presidenti, certo: ma soprattutto di generali con il vizio del duello e accaniti giocatori di biliardo, sarti bevitori e geometri di provincia, fumatori incalliti e playboy di lungo corso. Poi attori hollywoodiani, picchiatori da ring, giocatori d’azzardo, politici nati o improvvisati.

Ritratti in penna e pennello, piacevoli da sfogliare come da leggere e approfondire uno a uno.

Consigliato, perfetto da tenere a fianco al divano e da sfogliare una sera d’inverno. Specie per chi ama la storia anche un po’ bizzarra, di quel grande paese che è l’America.

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Bowie Libri Mondo

Intervista a Corrado Clini: una nuova cultura della prevenzione per l’Italia e la Liguria

Corrado Clini sarà oggi ospite del convegno organizzato dal Lions Club Colli spezzini “dall’enciclica di Papa Francesco alla crisi ecologica del pianeta” nella sala multimediale di Tele Liguria Sud a Spezia. Direttore generale del Ministero dell’ambiente dal 1991 al 2011, quando ha assunto la guida del dicastero col governo Monti. È oggi docente all’università Tsinghua di Pechino in scienze ambientali, oltre ad essere considerato uno dei massimi esperti globali sui temi di ambiente, igiene e salute pubblica.

Il suo intervento al convegno sarà incentrato sul riscaldamento globale: tra cause, conseguenze e scenari. È un tema che può riguardare direttamente anche il territorio spezzino?

“Assolutamente sì. Il regime climatico è già cambiato: abbiamo osservato negli ultimi dieci anni fenomeni atmosferici mai registrati statisticamente nel secolo precedente. E purtroppo l’alta Toscana e il levante ligure hanno assistito a un aumento di frequenza e intensità degli eventi climatici estremi, impattando su un territorio che non era organizzato, avendo fatto riferimento su dati statistici decennali a episodi diversi.”

In concreto, sotto quali aspetti?

“Impianto fognario degli ambienti urbani, sviluppo urbano consolidato a ridosso di alvei o torrenti, corsi d’acqua cementificati o canalizzati. Quel tipo di sviluppo è figlio di una visione e cultura di breve periodo. Per fortuna, si sta lentamente sviluppando una nuova cultura della prevenzione sconosciuta fino a poco tempo fa: che equivale a considerare sempre l’ipotesi climatica e ambientale più estrema, anche se non si è mai verificata nell’ultimo secolo. Per fare un esempio attuale e concreto: oggi non costruiremmo un hotel in un’area a rischio valanga, anche se questa valanga non è mai arrivata nell’ultimo secolo.”

Tutto chiaro. Ma che fare oggi, con l’ambiente che chiede il conto delle scelte passate?

“Ero Ministro nei tragici giorni dell’alluvione nelle Cinque Terre. Allora presentai una relazione, proprio a Vernazza, su un piano nazionale per la sicurezza del territorio e la prevenzione del dissesto idrogeologico. Oggi sarebbe la più grande opera infrastrutturale italiana. Gestione dei boschi, messa in sicurezza dei corsi d’acqua, dislocazione degli insediamenti industriali o abitativi in aree a rischio, ricalibratura della laminazione delle acque. L’economia ne gioverebbe non solo per il volume di lavoro che garantirebbe alle imprese, ma anche in ottica di ripopolazione di aree disabitate attraverso misure e interventi in campo agricolo e forestale. Funzionali anche alla vocazione turistica: penso al modello delle Cinque Terre.”

Dove si comincia a parlare di numero chiuso, per proteggere un territorio vulnerabile.

“Il numero chiuso è un’idea intelligente, se espressa nella valorizzazione dell’offerta turistica, garantendo servizi che guardino più alla qualità che alla quantità. Penso anche a Venezia, che trova altre similarità con la realtà ligure e spezzina.”

Si riferisce al turismo crocieristico?

“Sì e non solo. L’attività portuale, essenziale in alcune realtà economiche come quelle liguri e lagunari, può coniugarsi al un’alta qualità della vita urbana e a un’attenzione alle tematiche dell’inquinamento. Bisogna guardare però a modelli di lungo periodo: pensare al porto e alla città che vogliamo tra vent’anni. E la politica, in Italia soprattutto, sa guardare solo al presente.”

Pubblicata oggi su "Il Giornale" - 04/02/2017

Pubblicata oggi su “Il Giornale” – 04/02/2017

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