Prometeo cade, sulla pista d’atletica

Usain Bolt era un ragazzotto un po’ troppo alto e dinoccolato: non avrebbe potuto correre con quel fisico, specie nella Jamaica che offre opportunità solo a chi corre e corre veloce. Ma lui correva e correva, con quelle gambe lunghe e quel modo un po’ sgraziato nell’era dei muscoli gonfi, dei passi ritmati e delle vene in evidenza.
Correva, correva, correva in quel paese di poche baracche nell’entroterra giamaicano, in mezzo alla giungla e senza acqua corrente.

Le sue lunghe falcate hanno rivoluzionato l’atletica, che è poi la base di ogni sport di terra, spostando per 10 lunghi anni sempre più in là il limite umano. Più veloce, più veloce, più veloce.

Questa settimana il mondo aspettava il suo ultimo atto, ai mondiali di Londra. Tutti, anche i suoi avversari sognavano un’ultima falcata, un’ultima rivoluzione impossibile come la sua carriera infinita. L’ultima corsa di una storia perfetta. Nei suoi ultimi 100 metri ha arrancato strappando soltanto un terzo posto. Un bronzo che non aveva mai visto, il Re che perde la corona all’ultimo atto, il mondo incredulo.

Rimaneva un’ultima gara. La staffetta, con la sua Jamaica. 4 volte 100 metri. La terra dei corridori. L’oro già al collo. L’ultima passerella. Si è strappato. Dopo pochi metri. Il Re, Usain Bolt, ha chiuso la sua carriera immensa sdraiato per terra.

Sembra la storia di Prometeo, che sfida i confini dell’essere umano e ruba il fuoco agli dei. E finisce faccia a terra, sulla pista d’atletica.

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Tribeca

Due ragazzi sono seduti l’uno di fronte all’altro in un ristorante messicano a Tribeca, New York.
In più di un’ora non si sono mai parlati, né toccati. C’è un muro di tensione tra loro, vibrante come quel neon rosso che ricorda tanto un film di Tarantino. Hanno ordinato due Margarita, lasciati lentamente sciogliersi in una poltiglia profumata di tequila e lime. Sgranocchiano alcuni tacos, immergendoli distrattamente in un guacamole brillante.

Poi accade tutto in un istante. Il ragazzo prende il telefono in mano. Guarda la ragazza negli occhi, le sussurra qualcosa con un sorriso che è il più bello del mondo. Lei si alza e lo abbraccia. Gli occhi di lui sono lucidi, esausti e felici come quell’abbraccio.

Non so cosa fosse scritto in quel telefono: forse l’annuncio della nascita di un figlio, i risultati di qualche analisi, l’ammissione a un’università. Non lo saprò mai. So che è stato bellissimo.

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Mr. President – Da George Washington a Donald Trump

Per commentare questo nuovo, interessantissimo libro non possiamo che partire presentando la casa editrice: CasaSirio.

Tutto comincia dall’appartamento di Torino, dove Sirio è il gatto. Ed è una storia vera. Una casa di studenti, dove convivono studenti della Scuola Holden, sogni e progetti un po’ folli, nell’età dove tutto è possibile.

Nasce così CasaSirio Editore, dall’idea e dell’impegno di giovani amici, tutti più o meno trent’anni. Siamo nel 2014, nell’era dove anche i giganti dell’editoria soffrono, nasce l’idea della “casa editrice dei sogni”: dove è pubblicato soltanto ciò che vale davvero la pena leggere. Ragazzi e ragazze che hanno deciso di mettersi in gioco, soli: chi vive a Torino, chi a Genova, chi a Roma. Lavorano principalmente su Skype, ma hanno tutto quello che occorre per lavorare bene: correttori di bozze, grafici, un ufficio stampa, un distributore che permette di essere ordinabili e recapitati nelle 1000 e più librerie iscritte al circuito e anche su Amazon, IBS e tanti altri negozi online.

CasaSirio si definisce “casa editrice pop”: narrativa di qualità, storie semplici e veloci, fruibilità di lettura, trasversalità dei temi, elasticità di linguaggio. Poche uscite e selezionate, l’autore del libro coinvolto in ogni aspetto della sua pubblicazione. Alcuni dettagli rendono CasaSirio una casa editrice di nicchia e ricercata: i libri sono davvero curati in ogni loro aspetto, la carta è riciclata e profumatissima. Un piacere da leggere e da sfogliare, come quando eravamo bambini e i libri non si leggevano soltanto.

Il futuro è loro, il presente è (anche) questo nuovo libro di Fernando Masullo e Andrea Bozzo: MR.PRESIDENT.

La cover di MR. PRESIDENT

Masullo e Bozzo ci raccontano la storia degli Stati Uniti attraverso i ritratti dei loro uomini più rappresentativi: quei 45 Presidenti che, per un periodo più o meno lungo, hanno avuto tra le mani le sorti del mondo.

Fernando Masullo è stato cronista politico durante la Prima Repubblica e per dieci anni corrispondente dagli Usa, dove ha seguito, dal vivo, tre campagne Presidenziali. Al rientro in Italia, è stato Vicedirettore del Giornale Radio e poi di Raitre, dove ha dato vita a Ballarò e Hotel Patria.
Le pennellate di Andrea Bozzo sono comparse sul New York Times, Vanity Fair, La Stampa, la Repubblica, Feltrinelli, Il Sole 24 ore, Corraini Edizioni, Bologna Children Book Fair. Dal 2016 disegna l’ultima pagina di Linus.

Coerentemente con lo stile “pop” di CasaSirio, le presentazioni sono originali, leggere e godibilissime. Raccontano di Presidenti, certo: ma soprattutto di generali con il vizio del duello e accaniti giocatori di biliardo, sarti bevitori e geometri di provincia, fumatori incalliti e playboy di lungo corso. Poi attori hollywoodiani, picchiatori da ring, giocatori d’azzardo, politici nati o improvvisati.

Ritratti in penna e pennello, piacevoli da sfogliare come da leggere e approfondire uno a uno.

Consigliato, perfetto da tenere a fianco al divano e da sfogliare una sera d’inverno. Specie per chi ama la storia anche un po’ bizzarra, di quel grande paese che è l’America.

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The OA: Netflix rivoluziona le serie tv

The OA è una serie tv di otto episodi, su Netflix dal 16 dicembre. Una serie praticamente impossibile da riassumere e spiegare: la sensazione di non aver capito nulla di trama o sceneggiatura si mantiene salda nel corso di tutte le puntate, e si solidifica con l’ultimo episodio. Creata da Brit Marling e Zal Batmanglij, ha stupito pubblico e critica per la sua originalità e l’immensa difficoltà a incasellarla in un qualsiasi genere tradizionale. Premesse da thriller psicologico, frammenti di horror, dramma familiare, sci-fi e fantasy. Un sottofondo romantico, se può intendersi romantico l’amore tra due protagonisti che vivono uno a fianco all’altro per sette anni, senza mai toccarsi.

Può ricordare ad alcuni Stranger Things, rimanendo in ambito Netflix, rientrando nella categoria nostalgica del soprannaturale anni ’80. Può ricordare Black Mirror e la sua inquietudine, Lost o Westworld, come serie tv capace ad ogni episodio di crearti nuove domande senza mai rispondere alle precedenti, o quasi. O ancora “The Leftovers”, il cinema gelido e cupo di David Fincher o le allucinazioni di Tim Burton.

La verità è che non è nessuna di queste cose, o forse un pizzico di tutte. Certamente è un prodotto rivoluzionario.

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Netflix ha presentato The OA promettendo di «offrire agli spettatori un’esperienza unica, che reinventa il formato narrativo di lunga durata». Un tentativo ambizioso, per la casa leader dell’intrattenimento online. Un esperimento che vale comunque la pena di vivere e osservare: anche per chi non ne rimanga soddisfatto (lo dico subito e dichiaratamente: non è il mio caso).

The OA è così particolare, che molti critici si sono trovati in difficoltà nel recensirla.  L’Economist ha scritto che The OA mostra che Netflix ha una grande “ambizione creativa”, apprezzando che possa e voglia sfruttare la sua forza commerciale per produrre anche cose di nicchia, e non solo serie costose e “per il grande pubblico” come The Crown.  Certamente Netflix ha mostrato coraggio.

Spiegarne la trama è difficile e insieme assurdo: troppo complessa, piegata su se stessa. Il vero punto di forza di The OA e della sua sceneggiatura risiede proprio nel fatto che ognuno può ritrovarci quello che vuole. Non esiste un finale vero: ognuno può ricostruirselo. E sono veri tutti.

DA QUI IN POI È SPOILER

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Ho amato follemente il finale di The OA. L’intera serie è totalmente spiazzante, e il suo culmine arriva sapientemente negli ultimi dieci minuti dell’ultima puntata. Per questo commenterò soltanto il finale, lasciando i commenti sull’intera serie che non ha neppure senso da osservare se non dall’inizio alla fine, dai primi secondi agli ultimi in un lungo respiro o sequenza visiva. Secondo le interpretazioni che si possono dare del finale, ogni frammento di ogni puntata assume un significato completamente diverso.

Il finale è davvero,  estremamente intelligente: perfetto, per finale una serie tv. La sceneggiatura ha volutamente lasciarto un finale ambiguo, riuscendoci perfettamente. Non lascia alcuna risposta al tutto, dandone la più forte.

Molte le possibili interpretazioni: tre vanno per la maggiore, lasciando aperta comunque tutta una serie di sottointepretazioni o sottotrame. La verità dipende dal pensiero dello spettatore. Esattamente come la storia di Prairie: la prima domanda che si pone e si deve porre lo spettatore è “posso crederle?”. La verità è distorta, piegata: può essere scelta in un infinito menù di multiversi. E sono tutte vere. Realizzando quello che è il mondo di Prairie e The OA.

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Prairie in uno dei NDE experience

La prima interpretazione del finale di The OA, la più semplice, è che Prairie non dica la verità. Lei è pazza, una malata psicotica, che ha passato tutto il tempo della sua sparizione suonando il violino in una stazione della Metro di New York. Creando la sua verità. È la più semplice, ma non per questo poco interessante: perché lascia capire quanto può essere complessa, difficile e profondamente drammatica la mente di una persona malata. Un labirinto e un abisso di dolore e sofferenza: con qualche scheggia di genialità. Perché una visione unica del mondo non può essere mai banale, e apparire quindi geniale. Insegna Erasmo da Rotterdam col suo Elogio della Follia. Gli amici di Prairie sono totalmente sedotti e affascinati da lei, esattamente come nella storia molti sono stati sedotti e affascinati da psicopatici e dai loro mondi. Come Charles Manson, per fare un nome. I suoi amici le credono, anche se cercando qualsiasi informazione sulla sua storia e degli altri rapimenti non rimangono che con un pugno di mosche in mano, o un video su YouTube di Prairie che suona il violino.

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La seconda interpretazione si basa sulla teoria che Hap, il carceriere di Prairie, è in realtà difeso dall’FBI e dal governo degli Stati Uniti. Il suo esperimento, del resto, non può certo essere giustificato anche sa capace di rivoluzionare lo stesso concetto di vita umana. A sostegno di quest’ipotesi la presenza del terapeuta di Prairie, dell’FBI, nella sua casa trova in piena notte. Cosa ci faceva lì? Forse doveva lasciare quella serie di libri, teoricamente ordinati su Amazon ma intonsi, che spiegherebbero come Prairie stava creando la sua storia? L’esperimento di Hap fa parte di una cospirazione governativa molto più ampia, indagando sulle esperienza post morte e su tutta una serie di mondi paralleli? È del resto improbabile, per un uomo solo, costruire una prigione e un’architettura simile a quella di Hap.

Prairie con Elias, lo psicoterapeuta impostogli dall'FBI

Prairie con Elias, lo psicoterapeuta impostogli dall’FBI

L’interpretazione finale è quella che Prairie racconti effettivamente la verità, priva di strane teorie del complotto: tra angeli, demoni, esperienze post morte, sette anni di rapimento e un amore folle per Homer, nella sofferenza infinita.

La mia teoria personale è che Prairie spieghi come viviamo in un multiverso. Alfonso, l’amico di Prairie, fosse in realtà Homer in un altro universo o in un altro mondo. Poco importa quando o dove. Probabilmente Prairie non è mai fuggita dal suo carcere, riscoprendo la vista in un altro universo che si è creata in un’esperienza post morte. Così, i 5 amici delle sedute notturne sono in realtà i 5 amici del carcere. O forse no.

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La realtà è che, alla fine, la migliore interpretazione è un mix di queste tre.

In realtà poco importa quali dettagli o quali parti della storia siano veri e quali no: il messaggio e il cuore è sempre lo stesso. Certamente Prairie ha vissuto intensamente e dolorosamente tutto il trauma della sua storia. Ma è accaduto veramente o se lo è creato nella sua testa? Poco importa. Forse non ha raccontata la storia di ciò che è accaduto davvero, o se ne è inventata una parte. Probabilmente non lo sa neppure lei. Ma per certo ha provato e ha vissuto qualcosa: le cicatrici, il dolore, la sofferenza. Gli altri dettagli non contano davvero.

Per certo viviamo in un multiverso. Ognuno può vivere la sua vita solo all’interno del suo corpo. Ma nella notte, nei sogni, vive già in un altro universo. Nella mente, può ricrearsene un altro. Dopo la morte, nessuno sa. Quale parte del racconto e della storia nella storia sia una metafora e quale no, tende a importare sempre meno mano a mano che la storia arriva alla sua conclusione. Lei ama Homer, che Homer sia o non sia. I suoi amici amano lei. La sua famiglia la ama. L’amore è vero. E l’amore muove tutta la serie tv. In un suo concetto un po’ assurdo e certamente rivoluzionario, quando due innamorati non possono neppure toccarsi. Assurdo e rivoluzionario come The OA, del resto.

Aspettiamo ora la seconda stagione, certo Netflix ha fatto centro.

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Pubblicato su Linkiesta

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Mi hai battuto, ora sei alle Olimpiadi. E tifo per te

È il 2002. L’anno prima avevo vinto i regionali, e rappresentavo la mia regione. Sono poi arrivato terzo nazionale, ricordo ancora l’orgoglio di bambino nel portare il gonfalone sul podio.

Il 2002 ero pieno di speranza, mi andavo a giocare il mio primo campionato “vero”. Tre tempi, quindici stoccate per chiudere. Come i grandi. Come alle olimpiadi. Nella mia testa di bambino, non potevo che migliorare il risultato dell’anno prima. Il che voleva dire andare a medaglia.

Il palazzetto dello sport di Rimini ribolliva, la scherma italiana era in pedana. Dai bambini alle medaglie olimpiche, in una settimana sfilavano tutti. I bambini tiravano la mattina, e il pomeriggio sognavano guardando le gesta dei grandi. Rimini e le Olimpiadi erano distanti solo un sogno.

I primi gironi eliminatori li passo in scioltezza: nel primo non concedo quasi stoccate, nel secondo poco più.
Arrivano I sedicesimi. Cominciamo a fare sul serio. Gare secche. I trentadue ragazzini più forti d’Italia. Sono dentro. Unico spezzino, unico ligure. Ho il mio allenatore personale che mi accompagna ogni affondo, che mi spiega ogni stoccata. Come i grandi. Mi sento invincibile. A tifarmi ci sono i miei genitori, c’è il mio mitico nonno. L’orgoglio di averli portati a Rimini è forte.
Il mio allenatore mi avvisa: occhio, questo ragazzino è forte. Forte davvero. L’anno scorso non c’era, perché un altro siciliano l’ha battuto e si giocherà con lui la finale.
Io non ho paura di nulla, sono sicuro di me stesso come mai. Lui si chiama Giorgio, come me.

È fortissimo. Mi ricordo un parziale di 8 stoccate a 0. Non lo vedo mai. Mai.
Faccio finta di essermi fatto male a una mano per respirare un po’. Parlo con l’allenatore, ma non lo ascolto. Penso che è più forte di me. Mi ricordo tutto benissimo, ogni particolare, come fosse due giorni fa e non 14 anni.
Mi ricordo l’ultima delle tre stoccate che mi concesse: un capolavoro, mi disse l’allenatore, una tripla finta. Mi sono dovuto inventare “un capolavoro” per colpirlo! Era semplicemente più forte.

Sono fuori. 15 a 3.

Nella mia testa di bambino, come una folgore, mi colpì lo shock: fuori ai sedicesimi, addio ai sogni di podio, addio a Rimini. Volevo arrivare tra i primi quattro, sono fuori molto prima. Sentivo una responsabilità non mia, sentivo un sogno che scivolava tra le mani e a cui avevo fatto fin troppo presto la bocca.
Corsi fuori dal palazzetto e mi consolò mio nonno: io ancora con la tuta bianchissima, ancora con la maschera in mano.

Mi consolò anche quel ragazzino, che si chiamava Giorgio Avola. E che oggi si è giocato fino all’ultimo la sua medaglia olimpica.
Si è fermato ai quarti di finale delle Olimpiadi di Rio, ha perso 15-14 contro uno statunitense fortissimo. Ho guardato ogni suo affondo oggi, ho fatto il tifo ad ogni stoccata. Come fosse mia. È stato un grande, e guardarlo in tv pensando che 14 anni fa tiravo con lui mi ha messo i brividi.

Quella sconfitta mi ha dato tantissimo. Mi ha regalato uno dei momenti più intensi che ho vissuto con mio nonno. Mi ha insegnato che puoi avere tutto il talento del mondo, ma se non ti impegni ogni giorno e ogni ora sarai battuto, perché la vita ti riserva sempre qualcuno più forte di te. Giorgio Avola era più forte di me. Oggi ha trovato qualcuno più forte di lui.
Io poi ho mollato, subito dopo: il passaggio all’agonismo “vero”, quello di tutti i pomeriggi dedicati al fioretto, non faceva per me. Spero che Giorgio non molli, ora. Anzi sono sicuro di ritrovarlo con la medaglia d’oro olimpica al collo, tra quattro anni. Io farò il tifo per lui, come oggi.

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Il Mein Kampf ce l’ho e l’ho letto. Ma non lo regalerei

Oggi “Il Giornale” ha allegato una copia gratuita del “Mein Kampf” di Adolf Hitler insieme alla sua edizione quotidiana.

Ho già una copia del Mein Kampf. L’ho letto, come ho letto il “Libretto rosso” di Mao Tse-Tung, “Il Capitale” di Marx o ancora il “Manifesto del Partito Comunista” di Marx e Engels, o Lenin e per fortuna anche Gramsci, Evola, Rousseau, Hume.

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25 aprile

25 aprile 2016.

Sul bus che mi porta da Fiumicino al centro di Roma incontro un americano, di Philadelphia.
Ha 25 anni, è qui perchè ama sinceramente l’Italia e vuole imparare a cucinare per realizzare il suo sogno: aprire un ristorante a New York. Sembra un clichè: ma dove imparare a cucinare se non a Roma, Napoli e Bologna?
Ero molto orgoglioso di essere italiano, in quel momento: certo parliamo di cibo, ma siamo talmente ammirati per questo aspetto della nostra cultura che qualcuno ci raggiunge solo per osservare, imparare ed esportare un pizzico d’Italia. Bellissimo.

Parlando, mi chiede perchè festeggiamo il 25 Aprile.
Gli rispondo che è la festa della liberazione dal nazifascismo: che anche e soprattutto grazie agli USA e alle forze alleate sono stati ristabiliti nel nostro paese valori fondanti come libertà e democrazia. Non possiamo non festeggiare: il nostro stesso stato, si fonda su quella data e sulla memoria di quanto significhi.

“Yes, but you’ve lost the war”!
Non capiva: mi chiedeva come un popolo può festeggiare una sconfitta. Pur parlando del fascismo con orrore (vota Sanders, tra l’altro, ed è orripilato da Trump) non capiva come gli italiani potessero seguire fin nell’abisso un leader e abbandonarlo poi, nel giro di pochi anni o addirittura mesi o giorni.
Mi ha spiegato come questi dubbi fossero di ogni suo connazionale, quando parlano della seconda guerra mondiale. Del resto, per spiegare un tradimento improvviso e imprevedibile gli anglosassoni hanno dovuto coniare ex novo un verbo: “to badogliate”. Non esisteva nella loro cultura questo concetto, prima che gli italiani glielo insegnassero nella scia finale della seconda guerra mondiale.
Ho rispiegato, ne abbiamo discusso.

Mi ha chiesto se lo stesso numero di italiani che ha festeggiato il 25 aprile avrebbe festeggiato lo stesso, se quel giorno la loro patria avesse vinto la guerra con Mussolini.
Ero in difficoltà.
Forse, quel ragazzotto di Philadelphia conosceva un aspetto degli italiani meglio di me.

25 aprile 1945 a Livorno, liberazione

25 aprile 1945 a Livorno, liberazione

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