Paita (Renzi) e Orlando: due visioni allo scontro

Non si può certo negare tra le doti di Raffaella Paita la chiarezza. E non è poco, nella politica attuale che ci ha abituato a navigare in un mare di vaghezze, commenti ambigui e attenzione alle virgole. “Sono contenta che Orlando voglia candidarsi alla segreteria nazionale del Pd.” Commentava così la candidatura del suo concittadino Andrea Orlando alla segreteria nazionale del Partito democratico, continuando: “ho letto che il ministro della Giustizia scende in campo per rappresentare un punto di vista diverso all’interno del Partito Democratico: bene, sarà l’occasione per spiegare a tutti in cosa consista questa diversità, visto che negli ultimi anni ha sempre votato con Renzi stando nel suo governo, senza mai distinguersi”.

Ed è proprio questa contiguità col Renzi premier, il tallone d’Achille che peserà nella corsa del ministro: dichiaratamente basata su un’alternanza di temi, tempi e modi rispetto alla narrazione ultraveloce renziana. Lo spezzino Orlando, difatti, scopre la sua forza mostrando quello che è: uomo di partito, grigio di abito e rosso di memoria. Ultimo esponente della tradizione migliorista, dentro il Pci, del Presidente Napolitano. Tutta sostanza e socialdemocrazia, niente movimentismo grillico. Un futuro da scrivere ma già un magnifico passato alle spalle, aperto a vent’anni quand’era già segretario della Fgci di Spezia. A quarantotto è già un navigatore consumato: consigliere e assessore comunale, poi deputato e ministro negli ultimi tre governi.

Un mare, quello della politica, che Orlando conosce benissimo e che naviga con uno stile radicalmente diverso da quello della Paita, che si pone in perfetta alternanza a livello locale. Anche antropologica: perfettamente a suo agio nell’incarnare lo stile renziano tutto velocità, istinto, chiarezza. La Paita è una donna forte, determinata, coraggiosa, che non ha paura di attaccare l’avversario anche interno al partito rinunciando a cerchiobottismi o mezze parole. Nel mare mosso del Partito Democratico, dove insulti e scissioni sono quasi all’ordine del giorno, Orlando è invece il legno che si flette ma non si spezza. “Dobbiamo rifare il Pd che abbiamo sognato dieci anni fa, lavorando per evitare che la politica diventi soltanto risse, conflitti e scontri tra personalità”. Parole misurate: l’elogio della lentezza, del dibattito e del passato contrapposti alla furia degli hashtag e dello sguardo rivolto avanti e mai indietro. “Ho deciso di candidarmi perché non mi rassegno al fatto che la politica debba diventare solo prepotenza”. La freccia è dritta al cuore dello stile renziano. E paitiano, a Spezia. Orlando parla con orgoglio una lingua difficile, che appare nostalgica ai più: ma che sa saturare qualche ferita e diaspora di chi guarda con affetto ai tempi di bandiere rosse e dibattiti infiniti nelle segreterie.

Intanto, a Spezia che è la sua città non c’è stato nessun abbandono della nave. Se erano molti a voler già aderire agli scissionisti di Speranza e Bersani, oggi nello spezzino è tutto fermo. Anche al neoborbonico Emiliano nessuno ha annunciato l’adesione. In vista di un congresso che ridisegnerà il partito, strappando vecchi vessilli correntizi e innalzandone di nuovi, a Spezia la separazione tra Paitiani e Orlandiani che ha retto tutte le sfide interne negli scorsi anni si riproporrà ancora più netta. Dividendo il partito locale come una mela, in vista delle primarie del 30 aprile. E a un mese o poco più dalle elezioni comunali. A poco serve la provocazione di Orlando in Sala Dante, domenica sera, quando presentava a Spezia la sua candidatura: “do quasi per scontato che i renziani spezzini mi sosterranno”. Non sarà così e lo sa. Avrà però il supporto, anche se ancora non palese né dichiarato, della terza forza dello schema spezzino che fa riferimento a Brando Benifei e a livello nazionale a Cuperlo.

Il risultato del congresso andrà intanto a definire la composizione delle liste elettorali per le, ormai prossime, elezioni politiche. E Raffaella Paita è in corsa, nel collegio elettorale locale, per un posto in Parlamento. Ampiamente. Porterà con forza, coerentemente col suo stile, il vessillo del renzismo nella sua città natale. Promettendo un risultato importante per Renzi e contro Orlando proprio dove ogni politico dovrebbe essere più forte: a casa sua. E chissà che proprio la candidatura di Orlando non possa così, curiosamente, rappresentare per lei un’opportunità.

Pubblicato su “Il Giornale” del 28/2/2017

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Perché Spezia è su un binario morto

C’è un nuovo treno sulla tratta Spezia-Roma. Ora sarà possibile raggiungere la capitale in due ore e 56 minuti, risparmiando 16 minuti rispetto al “vecchio” Frecciabianca. In più, il nuovo Frecciargento lanciato da Trenitalia offre la possibilità di un collegamento diretto con Firenze: 1 ora e 35 invece che 2 ore e 30. È senz’altro una notizia positiva per Spezia e per gli spezzini: ma non sono tutte rose e fiori. Come moneta di scambio per il lancio, Trenitalia ha imposto ai vecchi Frecciabianca due fermate in più sulla tratta tirrenica e una su quella ligure. Senza eccezioni. Occorreranno quindi 34 minuti in più per raggiungere Roma: all’andata come al ritorno, per tutti e quattro i collegamenti giornalieri. Ma i Frecciabianca ci metteranno di più anche per raggiungere Genova: se prima si impiegavano 59 minuti ora ne servono 64, sfondando la quota simbolica dell’ora. Insomma, Spezia corre lenta non solo per uscire dalla Liguria, ma anche per entrarci.

Una conferma impietosa dell’assoluta marginalità della nostra città nelle direttrici nazionali e anche regionali del traffico. Barbara Morgante, AD di Trenitalia: “Ci prendiamo sei mesi per valutare: la sostenibilità finanziaria del nuovo Frecciargento deve essere garantita”. Il rischio è di trovarsi in piena estate senza il nuovo treno, ma con le vecchie linee ben più lente. Trenitalia ha fatto il suo lavoro, con una pianificazione aziendale che ha svelato la posizione di inferiorità della Liguria rispetto alla Toscana. In cifre, salverà il nuovo treno se almeno il 40-50% dei biglietti sarà venduto. Numeri che ad oggi nessuno è in grado di garantire, con Trenitalia che va quindi a cercare clienti dove sa di trovarli e cioè in Toscana, Lazio e Campania. Non c’è scampo.

Un territorio è condannato alla marginalizzazione, se non dotato di una rete infrastrutturale adeguata alle esigenze di mobilità interna e raccordo con le grandi reti di trasporto. Condizione peraltro indispensabile, in una delle regioni a più elevata vocazione portuale d’Europa, allo sviluppo delle sue naturali funzioni logistiche e turistiche. Si può e si deve fare di più.

Su questo nuovo treno, opportunità che mal sfruttata potrebbe riscoprirsi addirittura una palla al piede, Spezia non è mai salita. Non c’è stata una pubblicità, un annuncio, nulla. Come se per Spezia un collegamento con la capitale fosse marginale. Come se per una città che aspira a sviluppare una forte vocazione crocieristica un collegamento diretto con Pisa, Firenze o Genova non meriti importanza e rumore, o non possa attirare investimenti. Al posto che rischiare di perdere il nuovo treno Spezia dovrebbe rilanciare, chiedendo con forza più collegamenti. Il Comune e l’Autorità Portuale a questo tavolo non si sono mai seduti.

Ma questo discorso rientra in un ragionamento molto più ampio: Spezia ha davvero bisogno di una rappresentanza più forte, coesa e coerente all’interno delle istituzioni nazionali. Non possiamo affidarci al parlamentare o al governatore di turno: Spezia non è soltanto la fermata dopo Genova. Serve programmazione. Un assessorato che si occupi costantemente dei rapporti politici con Roma e Bruxelles. Istituzioni che collaborino, invece che farsi la guerra. Abbiamo tutto, manca l’ambizione.

Pubblicato su “Il Giornale” del 28/1/2017

 

Giorgio Borrini

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Assoluzione di Raffaella Paita: le motivazioni

Sono di oggi le motivazioni dell’assoluzione a Raffaella Paita: “all’assessore regionale all’ambiente né sono ordinariamente attribuiti specifici poteri amministrativi idonei alla dichiarazione dell’allerta meteo, né avrebbe potuto sostituirsi alla figura dirigenziale”.

Motivazioni che rappresentano, al di là di qualsiasi posizionamento politico, una buona notizia per le istituzioni locali e per la politica tutta. A causa di bizzarri grillismi e di uno strano clima da caccia alle streghe che addossa alla figura del politico qualsiasi colpa del vivere, negli ultimi anni si è troppo spesso confuso il ruolo del politico e del dirigente amministrativo.

Guardando al dito della responsabilità amministrativa e personale si è quindi dimenticati di osservare la luna, senza più chiedere al politico quale fosse la sua visione sul futuro e di realizzarla, quando amministratore.

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Grazie 2016, ma il meglio deve ancora venire

Nel 2016 ho visto per la prima volta Londra e le onde del Pacifico. Dopo molto tempo, ho scoperto un sorriso vero illuminare il volto di mia mamma. Ho completato un Master, faticoso e bellissimo. Ho aperto un’agenzia di consulenza, coordinando poi 5 campagne elettorali grandi e piccole e collaborando con Senatori, europarlamentari, gruppi regionali, associazioni, aziende e professionisti. Dalle finestre del mio nuovo ufficio romano ho guardato i tramonti e i tetti di Roma, Montecitorio, il palazzaccio e il cupolone. Mi sono svegliato all’alba nella mia mansarda, in quella grande bellezza che è la Roma mattutina vuota e silenziosa ai piedi di San Pietro. Ho pregato ai piedi della Pietà di Michelangelo.

Ho corso, ho corso moltissimo. Sul Tevere, nella baia di San Francisco, a Central Park e sul ponte di Brooklyn in quella moderna meraviglia che è New York. E ancora nella Strip di Las Vegas e al Porto Mirabello, ancora e ancora. Ho nuotato in un Canyon nello Utah e alle rosse di Riomaggiore, che sono sempre la piscina più bella del mondo.

Ho scritto su 5 giornali, ricevendo messaggi, complimenti e ringraziamenti da perfetti sconosciuti dai 17 ai 91 anni. E sono stati tutti fantastici, perché nulla c’è di più emozionante che emozionare con le parole, per chi mette quelle parole in fila. Ho visto il nuovo Presidente di quel grande paese che è l’America, vivendo a pochi passi da lui le ore storiche e convulse della sua elezione. Ho conosciuto ragazzi e amici fantastici, a cui brillano gli occhi pensando al futuro. Ed è la qualità più grande che possono avere e che mi possono regalare, quando vivo il mio tempo con loro.

Ma il meglio deve ancora venire. E sarà bellissimo. Ciao 2017

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Raffaella Paita è stata assolta

Al di là di qualsiasi posizionamento politico, l’assoluzione di Raffaella Paita non è soltanto una buona notizia per lei ma anche e certamente per le istituzioni, per la città, per la dignità di una persona prima del politico e per la sua famiglia.

Oltre che l’ennesima riflessione necessaria su come e quanto un avviso di garanzia (e non una condanna, pur con tutto ciò che lo stesso ne consegue) possa investire, in questo paese, vita di una persona e ordinario processo democratico.

Carugi Garantismi Liguria

Mi hai battuto, ora sei alle Olimpiadi. E tifo per te

È il 2002. L’anno prima avevo vinto i regionali, e rappresentavo la mia regione. Sono poi arrivato terzo nazionale, ricordo ancora l’orgoglio di bambino nel portare il gonfalone sul podio.

Il 2002 ero pieno di speranza, mi andavo a giocare il mio primo campionato “vero”. Tre tempi, quindici stoccate per chiudere. Come i grandi. Come alle olimpiadi. Nella mia testa di bambino, non potevo che migliorare il risultato dell’anno prima. Il che voleva dire andare a medaglia.

Il palazzetto dello sport di Rimini ribolliva, la scherma italiana era in pedana. Dai bambini alle medaglie olimpiche, in una settimana sfilavano tutti. I bambini tiravano la mattina, e il pomeriggio sognavano guardando le gesta dei grandi. Rimini e le Olimpiadi erano distanti solo un sogno.

I primi gironi eliminatori li passo in scioltezza: nel primo non concedo quasi stoccate, nel secondo poco più.
Arrivano I sedicesimi. Cominciamo a fare sul serio. Gare secche. I trentadue ragazzini più forti d’Italia. Sono dentro. Unico spezzino, unico ligure. Ho il mio allenatore personale che mi accompagna ogni affondo, che mi spiega ogni stoccata. Come i grandi. Mi sento invincibile. A tifarmi ci sono i miei genitori, c’è il mio mitico nonno. L’orgoglio di averli portati a Rimini è forte.
Il mio allenatore mi avvisa: occhio, questo ragazzino è forte. Forte davvero. L’anno scorso non c’era, perché un altro siciliano l’ha battuto e si giocherà con lui la finale.
Io non ho paura di nulla, sono sicuro di me stesso come mai. Lui si chiama Giorgio, come me.

È fortissimo. Mi ricordo un parziale di 8 stoccate a 0. Non lo vedo mai. Mai.
Faccio finta di essermi fatto male a una mano per respirare un po’. Parlo con l’allenatore, ma non lo ascolto. Penso che è più forte di me. Mi ricordo tutto benissimo, ogni particolare, come fosse due giorni fa e non 14 anni.
Mi ricordo l’ultima delle tre stoccate che mi concesse: un capolavoro, mi disse l’allenatore, una tripla finta. Mi sono dovuto inventare “un capolavoro” per colpirlo! Era semplicemente più forte.

Sono fuori. 15 a 3.

Nella mia testa di bambino, come una folgore, mi colpì lo shock: fuori ai sedicesimi, addio ai sogni di podio, addio a Rimini. Volevo arrivare tra i primi quattro, sono fuori molto prima. Sentivo una responsabilità non mia, sentivo un sogno che scivolava tra le mani e a cui avevo fatto fin troppo presto la bocca.
Corsi fuori dal palazzetto e mi consolò mio nonno: io ancora con la tuta bianchissima, ancora con la maschera in mano.

Mi consolò anche quel ragazzino, che si chiamava Giorgio Avola. E che oggi si è giocato fino all’ultimo la sua medaglia olimpica.
Si è fermato ai quarti di finale delle Olimpiadi di Rio, ha perso 15-14 contro uno statunitense fortissimo. Ho guardato ogni suo affondo oggi, ho fatto il tifo ad ogni stoccata. Come fosse mia. È stato un grande, e guardarlo in tv pensando che 14 anni fa tiravo con lui mi ha messo i brividi.

Quella sconfitta mi ha dato tantissimo. Mi ha regalato uno dei momenti più intensi che ho vissuto con mio nonno. Mi ha insegnato che puoi avere tutto il talento del mondo, ma se non ti impegni ogni giorno e ogni ora sarai battuto, perché la vita ti riserva sempre qualcuno più forte di te. Giorgio Avola era più forte di me. Oggi ha trovato qualcuno più forte di lui.
Io poi ho mollato, subito dopo: il passaggio all’agonismo “vero”, quello di tutti i pomeriggi dedicati al fioretto, non faceva per me. Spero che Giorgio non molli, ora. Anzi sono sicuro di ritrovarlo con la medaglia d’oro olimpica al collo, tra quattro anni. Io farò il tifo per lui, come oggi.

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Perché Toti sbaglia a portare il gonfalone della Liguria al Family Day

Giovanni Toti sbaglia, a portare il gonfalone e simbolo della Liguria al Family Day di Roma.

Sgombriamo subito il campo da ogni equivoco: alle ultime elezioni regionali lo ho votato e sostenuto. Ha tutto l’interesse a fare della Liguria un modello di buon governo, da politico di caratura nazionale. E vestendo questi panni, parteciperà alla manifestazione del Family Day che, non a caso, è di natura squisitamente politica. Non istituzionale. La sua stessa ragione risiede, difatti, nel chiedere un’affossatura parziale, se non totale, dell’ormai famoso ddl Cirinnà sulle unioni civili. Emerge così immediatamente una discrasia istituzionale, nel momento in cui una Regione chieda la modifica di un iter parlamentare.

Sorge poi un evidente problema di rappresentanza dei cittadini liguri, anche all’interno di quel grande tessuto sociale di moderati e liberali che Toti e il suo partito vorrebbero legittimamente rappresentare. Come liberale, credo fermamente nella libertà di ognuno di costruirsi la propria vita senza che nessuno imponga una presunta morale tout court; nutro al contempo un’altrettanta forte e credo sana diffidenza verso lo Stato regolatore riguardo alle faccende etiche, fosse anche per stabilire per legge pretesi e presunti “diritti naturali”. Non si possono tuttavia, e tanto meno oggi, negare diritti civili e riconoscimenti di situazioni di fatto e di genitorialità sempre più spesso concretati più come costruzioni sociali, che non naturali. Né, d’altro canto, si può discutere il ruolo della famiglia come cardine della nostra società.

Questi principi, propri di ogni pensatore liberale e, oggi, di ogni cittadino, possono nutrire confusione dalla partecipazione della Regione Liguria, come istituzione, al Family Day. Nel pieno rispetto delle opinioni di chi quel giorno manifesterà il proprio pensiero. Nel mondo di oggi, con l’affermazione dell’informazione di massa, non esistono solo i fatti ma è essenziale la comunicazione e la percezione pubblica degli stessi.

Non ho dubbi, conoscendo la persona e la sua sincera sensibilità e visione liberale sui diritti civili e dell’individuo, di come Giovanni Toti sia genuinamente convinto che la sua presenza, come Presidente della Regione, sia in ottica costruttiva e non negazionista di diritti altrui. Ma questa può essere interpretata diversamente. Un rischio che, da ligure, non vorrei che il simbolo che mi rappresenta e rappresenta tutti noi possa correre.

 

Il Secolo XIX, 25/1/2016

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