La Catalogna e le nostre certezze

“Se la maggioranza degli italiani diventasse d’un tratto monarchica, potremmo rifondare la Monarchia? Oppure in un particolare momento storico, magari soggetti a un grande impeto emotivo, potrebbe la maggioranza istituire la pena di morte per reati come lo stupro o la corruzione?” Esordì così il professore di filosofia del diritto, alla prima lezione del primo anno d’università. Naturalmente non eravamo in grado, né potevamo dare risposte assolute: del resto su domande di questo tipo, alla base stessa del concetto di stato di diritto, si dividono da tre secoli filosofi e giuristi.
Può l’arbitro della maggioranza rovesciare valori indisponibili e fondanti di uno stato, come ad esempio la sua unità e indivisibilità? D’altra parte, possono questi valori fondanti e indisponibili porre limiti al principio di autodeterminazione dei popoli?

Barcellona e la Catalogna pongono oggi drammaticamente d’attualità queste domande, mettendo in crisi molte certezze. Tra queste, l’idea stessa di Europa: già travolta negli ultimi mesi da scossoni epocali, eppure e ancora alla base del percorso di pace e di stabilità che le nostre nazioni hanno vissuto dal dopoguerra ad oggi. La semplicità, molto provinciale, con la quale gli italiani si stanno dividendo nell’opinione pubblica a favore dello stato centrale o degli indipendentisti si rispecchia nella sua classe politica. Non cascate nel tranello della risposta semplice, o del tifo da stadio. Non ne abbiamo bisogno.

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11 settembre

Sentivo il freddo sulla fronte e sulle mani, incollate alla vetrata. Gli occhi, da bambino, erano gonfi di meraviglia della grande metropoli, del tramonto che incoronava i mille grattacieli in cristallo e poi la notte, le luci, la luna che illuminava il fiume Hudson e ogni cosa che fluttuava, al vibrare dei traghetti e dei rimorchiatori, al tonfo delle onde, al giocare dei venti, al bagliore delle luci. Una delle visioni più impressionanti ed evocatrici che abbia mai vissuto. Ero al 107° piano di una delle due torri gemelle, Lower Manhattan, New York.

Stavo camminando, fiero e appesantito del mio nuovo e immenso vocabolario di latino. Il giorno dopo avrei cominciato il liceo. All’improvviso ho avuto la sensazione d’un pericolo: le strade vuote e il silenzio, pesantissimo. Sono tornato a casa. Mia sorella era fissa sullo schermo della tv. Non c’era audio. Le immagini, sì. E su ogni canale, vedevo una torre del World Trade Center che bruciava come un gigantesco fiammifero. “Guarda, guarda è la nostra torre! Eravamo lì due mesi fa… guarda!!” Mettiamo l’audio, si parla di un aereo. Siamo paralizzati, inebetiti e poi sullo schermo è apparso un aereo. Bianco, grosso. Volava bassissimo. Si dirigeva verso la seconda torre. Era lentissimo, o forse velocissimo. “NO, NO, NO, NO, NOO NOOOOOOOOOOOO!!!!” E l’aereo che trapassa la seconda torre, come un coltello nel burro. Mia sorella che urla. Io non so, non ricordo. So che dopo quell’eternità, ho fatto l’unica cosa che può fare un bambino di 13 anni quando vive qualcosa più grande di lui. Ho chiamato papà. E poi abbiamo visto la gente che si buttava dalle finestre, e nuotava nell’aria. E poi i crolli. La prima torre che inghiotte sé stessa. E poi il fumo, grigio che copre tutto e la seconda torre che si fonde e si scioglie e crolla. E papà che sussurra a sé stesso e a noi: “il mondo non sarà più lo stesso”.

Luglio 2017. Diluviava. A New York cammini più in fretta, parli più in fretta, pensi più in fretta. Quando piove, ancor di più. Mi sono trovato di fronte al One World Trade Center: quella meraviglia di vetro e ferro che gli americani, orgogliosi, hanno costruito per sfidare il cielo e il passato. Al posto delle due torri, due voragini. A ricordare il vuoto. E i nomi di ognuno, inscritti nel metallo. Mi avvicino, come trascinato da una calamita. Ero solo, avvolto soltanto dal rumore della pioggia e dal profumo pesante dell’asfalto bagnato. Le mie mani hanno sfiorato un nome, nel vuoto del metallo bagnato e gelido. Ed è stato come un pugno nello stomaco, violentissimo e un lampo: la vetrata della torre, la città, la notte e le sue luci. E poi la torre che brucia, la gente che nuota nell’aria e la torre che si scioglie e che crolla. E le parole di mio padre, che sedici anni dopo hanno ancora più senso.

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Cosa unisce Macron, Obama, Trudeau e Renzi

Barack Obama ha pubblicato, su Facebook, il suo endorsement ufficiale alla campagna di Emmanuel Macron. Lo stesso Macron, sempre sfruttando le piattaforme social ormai strumento di comunicazione ufficiale nella politica internazionale, ha trovato il tempo di fare i suoi complimenti al Matteo Renzi fresco vincitore delle primarie nazionali del Pd. Questi incroci internazionali non sono casuali, né lo sono i loro autori.

Che i sistemi partitici e le dottrine politiche che hanno retto dal dopoguerra il mondo occidentale si stiano squagliando, è ormai chiaro. I partiti tradizionali scollati dai tessuti sociali, i fili conduttori tra i candidati nella forza o meno di interpretare un messaggio pro o anti sistema.

Macron, Renzi e Obama non sono uniti da un’anacronistica e polverosa collocazione di centrosinistra, tra l’altro ben difficile da collocare in sistemi partitici così diversi come quelli separati dall’atlantico. Macron, addirittura, ha rotto col vecchio partito socialista francese che aveva retto il paese coi Rèpublicain dal 1958 ad oggi, fondando un anno fa un movimento politico con l’intento dichiarato di scavalcare le tradizionali divisioni destra-sinistra. Per alcuni commentatori sulla scia di Justin Trudeau, per altri del nostro Matteo Renzi: nessuno schema novecentesco, molto Twitter e un messaggio tutto basato sulla paura dei populismi. Ma non basta questo per accumunare questi profili, che si cercano e si supportano tra loro scavalcando barriere geografiche e politiche. La rivoluzione digitale, come le industrie del futuro che già oggi stiamo assaggiando come robotica, genomica e big data si stanno mostrando capaci di trasformare l’attuale struttura geopolitica. Nel ventesimo secolo lo spartiacque fondamentale che reggeva sistemi politici ed economici correva lungo l’asse sinistra/destra. Nel ventunesimo secolo, che già stiamo assaggiando, lo spartiacque dominante sarà tra sistemi economici aperti e chiusi.

La nuova globalizzazione, i nuovi strumenti digitali, soprattutto il mercato del lavoro rivoluzionato e che non sa più rispondere alle vecchie logiche novecentesche sta già orientando modelli ibridi in tutto il mondo occidentale. Ma che mostrano straordinarie similitudine tra loro.

Così Macron non può che ricordare nel messaggio e conseguentemente nello stile appunto Obama, Renzi e pure Trudeau che si ricercano affannosamente tra un post su Facebook e un Tweet. Marine Le Pen e il suo urlo identitario e antisistema e un pizzico autarchico non possono che essere plasticamente simili alle politiche di Trump, come a quelle di Matteo Salvini o di Nigel Farage. Il vecchio Jean-Luc Mélenchon, vera rivelazione a sinistra della corsa all’Eliseo francese, ricorda anche iconicamente Bernie Sanders. Ma il suo messaggio ritorna prepotente nei comizi ateniesi di Tsipras, come a Madrid coi Podemos e in Italia coi Cinque Stelle.

Sono molti i commentatori che si affannano nell’analisi di una “società liquida” anticipata da Bauman e realizzata oggi nelle fluttuazioni dell’elettorato. Il tema vero è che i sistemi politici ed economici che hanno retto il secolo scorso stanno scomparendo, ovunque in occidente e spesso con tempi e modi molto simili tra loro.

 

Pubblicato su Formiche e L’Opinione

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La Francia è il primo assaggio di un futuro incerto

A quattro giorni dal voto, la corsa all’Eliseo si annuncia aperta come mai. Sono quattro, oggi, i candidati che aspirano concretamente al ballottaggio.

Tra questi solo uno, François Fillon, è il leader di uno dei due schieramenti che hanno retto il sistema politico francese fino ad oggi: i Republicains di Chirac e Sarkozy. Fillon ha per di più scalato il partito da outsider, con le primarie di novembre. Cattolico e liberista, ha corso una campagna tutta in salita: infiacchito da un cocktail di scandali familiari, retorica stantia e un partito vecchio e lacerato. È rimasto, faticosamente, incollato per i sondaggisti al suo 20%. Rappresenta una destra identitaria, rincorrendo Marine Le Pen, pur evitando toni sovranisti e xenofobi e tentando in questo modo di tracciarne un margine.

Marine Le Pen è in vantaggio dalla scorsa estate per tutti i sondaggi, pur correndo col vessillo di un Front National erede de facto della Repubblica di Vichy e, fino a pochi anni fa, considerato da tutti una vergogna nazionale. Forte del proprio messaggio identitario e sovranista cita spesso De Gaulle: “Anche il generale era accusato di essere fascista o bolscevico, ma la Francia non è né di destra né di sinistra: è la Francia”. L’urlo identitario “Au nom de people” riprende così l’America First di Trump, proponendo un nuovo modello per tutti i populismi occidentali di destra.

Emmanuel Macron è la sorpresa, dato fino a pochi giorni fa certo del ballottaggio e ancora oggi in testa e appaiato alla Le Pen col 22%. Giovane funzionario di 39 anni, Macron ha fondato un anno fa un movimento politico con l’intento dichiarato di scavalcare le tradizionali divisioni destra-sinistra. Per alcuni commentatori sulla scia di Justin Trudeau, per altri dei Ciudadanos spagnoli o del nostro Matteo Renzi: nessuno schema novecentesco, molto Twitter e un messaggio basato sulla paura dei populismi. Macron è stato capace, tra i molti, di attrarre l’endorsement di François Bayrou, candidato da centrista alle elezioni presidenziali per ben tre volte. Bayrou alle primarie Republicains aveva appoggiato Juppé contro Fillon: a ulteriore testimonianza di quanto il sistema partitico sia ormai liquido e ci si possa spostare facilmente tra i due partiti tradizionali. Uno schema che ricorda quello Italiano: dove dal 2013 un enorme spazio centrista si è mosso con disinvoltura tra Berlusconi e Renzi, stretti questi ultimi tra sovranisti e grillini.

Jean-Luc Mélenchon è la possibile sorpresa. Clamorosa. Candidato della sinistra radicale, politico di lunghissimo corso ma che si presenta paradossalmente come una figura di rottura e antisistema. Sulla scia di quel Bernie Sanders che ha fatto sognare per mesi la sinistra a stelle e strisce ed europea tutta. Quotato intorno al 18%, è in netta e continua risalita: settimana dopo settimana. A gennaio nessuno lo dava oltre il 10%. Il suo è un messaggio radicale: propone la tassazione al 100% oltre una certa soglia di reddito, il divieto di licenziamenti collettivi per motivi economici, l’uscita totale dall’energia nucleare. Proposte talmente forti (pur nella palese tradizione “gauche”), da risultare oggi anti sistema. Perfettamente in linea con l’esperienza di Sanders, Mélenchon riempie piazze e palazzetti dello sport, parlando per ore con un messaggio di ultra sinistra e di speranza per le fasce sociali più basse e umiliate. I suoi elettori si dichiarano pronti a votare al secondo turno Marine Le Pen: in un paradosso che tanto paradosso non è, le politiche sociali e identitarie contro il messaggio pro sistema degli altri candidati. Un film già visto con gli elettori negli States: i partiti tradizionali ormai scollati dai tessuti sociali, i fili conduttori tra i candidati nella forza o meno di interpretare un messaggio pro o anti sistema.

I programmi dei quattro candidati si diversificano su due punti, più degli altri: l’approccio al nuovo mondo del lavoro (con le diverse proposte, talvolta improbabili, sul reddito universale a farne la base) e, soprattutto, l’Europa. Se Marine Le Pen e Mélenchon propongono una l’uscita e l’altro la riscrittura di tutti i trattati europei, Fillon e Macron pur critici in parte si mostrano più europeisti. Ancora una volta, il filo che lega questo nuovo sistema politico francese al nostro è netto. Le differenze tra Berlusconi e Salvini da una parte, Renzi e Grillo dall’altra, sembrano fotocopie.

Quale che sia il risultato elettorale, il sistema politico che ha retto il paese dal 1958 ad oggi è completamente saltato. Il partito socialista, dopo sessant’anni a giocarsi la Presidenza del paese, è spazzato via. François Hollande è primo Presidente della Repubblica a non difendere il suo mandato. Il candidato ufficiale del partito, Benoît Hamon, galleggia nell’indifferenza generale e nell’impossibilità di raggiungere il secondo turno.

Sono molti i commentatori che si affannano nell’analisi di una “società liquida” anticipata da Bauman e realizzata oggi anche nelle fluttuazioni dell’elettorato. Rimane una certezza: i sistemi partitici e le dottrine politiche che hanno retto dal dopoguerra il mondo occidentale si stanno squagliando. Sempre più velocemente. Nel prossimo anno l’Europa, mai così fragile, osserverà alle urne Francia Gran Bretagna, Germania e infine l’Italia.

La Francia è il primo assaggio di un futuro incerto.

 

Pubblicato su L’Opinione

Giorgio Borrini

Europa Internazionale

Perché Trump per l’Europa è manna dal cielo

Nel suo stile sfacciato e provocatorio, con una manciata di dichiarazioni Donald Trump è riuscito a serrare i ranghi dell’Unione europea come mai successo in passato. In una sola intervista, il neo Presidente americano ha elogiato il trionfo della Brexit, auspicando una nuova ondata di rotture con l’Europa da parte degli stati membri. Ha accusato poi l’UE di essere asservita alla Germania e la Merkel di colossali errori nelle politiche migratorie. Ha chiuso con uno schiaffo al patto atlantico che ha retto l’equilibrio geopolitico dal dopoguerra ad oggi, definendo la Nato “obsoleta”.

Chiariamoci subito: nonostante uno stile discutibile e una retorica poco ortodossa, Trump non è il buzzurro che i media ripropongono continuamente nell’immagine dell’uomo ignorante e impulsivo. Inadatto, per i più, alla presidenza ben oltre qualsiasi altro predecessore nella storia. Le sue uscite a tratti sensazionali e sempre roboanti, sottendono in realtà a strategie geopolitiche precise.

Gli Stati Uniti non hanno mai davvero apprezzato l’idea di una Europa unita: osservandola dall’altro lato dell’atlantico come una minaccia economica al loro dominio.

In una recente intervista al Times e alla Bild, The Donald in perfetta coerenza col suo stile ha espresso liberamente questo pensiero: “l’UE è stata costruita anche per battere gli USA sul piano commerciale, ok?”. Effettivamente, creando il mercato comune gli europei hanno saputo affermarsi sulla scena economica internazionale, riuscendo a trasformare l’UE nella seconda potenza economica mondiale.

Nella sua logica e nella sua sfacciataggine, Trump non si è però reso conto di aver spinto per davvero gli europei a un sussulto. Dura la Merkel, a vestire per la prima volta i panni di leader europea e non tedesca: “Il destino degli europei è nelle nostre mani, non in quelle di Trump. Mi impegnerò perché i 27 stati collaborino intensamente, guardando al futuro”. Il capo della diplomazia francese Jean-Marc Ayrault: “la miglior risposta a Trump è l’unità degli europei”. E ancora Alfonso Dastis, ministro degli esteri spagnolo: “Trump dovrebbe imparare a conoscere l’UE dall’interno, non ci sfalderemo”. Infine Gentiloni, nel primo bilaterale proprio con la Merkel a suggellare, UK ormai lontana, un’ipotetica nuova leadership comune: “la collaborazione con Trump è fondamentale, ma ancor di più è rilanciare l’UE”. Da tempo, insomma, i leader del vecchio continente non si arroccavano in tal modo in difesa di un nemico comune: pensando da europei prima che da italiani, tedeschi, francesi, spagnoli.

Trump, nell’interesse della sua nazione, non ha dichiarato una guerra commerciale solo contro la Cina e il Messico ma anche contro l’Europa: che ora per sopravvivere deve imparare a difendersi militarmente e commercialmente. Toccando del resto anche la Nato, l’Europa tutta si sta accorgendo che l’ombrello militare americano non è più garantito. E Parigi e Berlino fanno per la prima volta fronte comune, sulla creazione di una difesa europea.

Thank you, Mr. President: per averci risvegliato da un lungo sonno. L’Europa di oggi è un incubo che non avremmo mai dovuto concepire: l’Europa finanziaria, l’Europa dei numeri che si è limitata a ridurre gravi crisi politiche su piani meramente tecnici, senza nemmeno cercarne risposte unitarie o politiche. Scoprendosi, inevitabilmente e regolarmente, debole e inadeguata.

Immigrazione, terrorismo, politica estera: l’Europa negli ultimi anni si è scoperta debole e marginale, al confronto col mondo. E non citiamo neppure Parigi, Roma o Berlino: del tutto ininfluenti su ogni crisi. È ormai evidente che senza un’unione politica, l’Unione europea non esista più e con lei i suoi paesi membri.

Ci voleva Trump a farci capire, a suon di tweet e schiaffi, che dobbiamo reagire alle sfide della modernità.

Il 2016 è stato certamente uno spartiacque. Sul piano geopolitico, potremmo scoprire ora giochi di alleanze che porrebbero fine ai blocchi che hanno retto l’ultimo anno di storia.

L’Unione europea, da utopia, potrebbe scoprirsi necessaria per non dissolversi lentamente dalla propria passata grandezza.

Thank you, Mr. President!

 

Pubblicato su L’Opinione e Cantiere Liberale

 

L'Opinione di sabato 21/01/2017

L’Opinione di sabato 21/01/2017

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L’Europa è nuda, di fronte ad Ankara e al suo golpe

L’Europa è nuda, di fronte ad Ankara e al suo golpe

Federica Mogherini, alto rappresentante UE per la politica estera, tenta di fare la parte del leone con la Turchia: “Non ci sono scuse per nessuna deroga allo stato di diritto” afferma dopo le migliaia di purghe post “golpe”. Addirittura getta il cuore oltre l’ostacolo, avvertendo la Turchia che “la pena di morte per i golpisti interromperebbe il negoziato con Ankara per l’ingresso della Turchia nell’UE”.

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Ciao Marco, un gigante tra tanti nani

Esco da Montecitorio, sono andato a salutare un grande uomo.

Dovevo andare a trovare Marco Pannella questa settimana, nella sua polverosa mansarda romana. Vivrò il rimorso di averlo salutato qui, oggi. Nell’ultimo mese la sua casa ha vissuto un autentico pellegrinaggio, con tanti uomini e donne che hanno ancora una volta voluto vedere la forza dei suoi occhi. Lui soffriva le pene dell’inferno. Soffriva come un cane: aveva due metastasi. Ma accoglieva tutti, parlava con tutti. Ascoltava, con attenzione. La sua casa era aperta: come negli anni ’70, quando le BR lo minacciavano e lui per tutta risposta scardinava il portone di casa e appendeva un cartello: “VENITE AD AMMAZZARMI, VIGLIACCHI”.

Ha parlato di politica, di idee, di futuro: fino all’ultimo istante. Soffriva, ma il suo corpo come sempre incarnava ed era strumento stesso della sua politica. Ed è così ancora oggi, che lui non è più ma la sua camera ardente è a Montecitorio. Ancora oggi, il suo corpo ricorda a tutti la forza delle sue idee e la sua passione travolgente per la vita, per i diritti, per le libertà dei primi e degli ultimi.

Non condivido la polemica di chi dice “tutti a incensarlo ora: quando era, che consenso aveva?” Parliamoci chiaro, le idee di Pannella sono sempre state largamente minoritarie. Sempre. La storia ha dato ragione a Pannella. Il tempo, non le persone.
Lui parlava di divorzio e aborto all’Italia cattolica. Quarant’anni dopo viviamo un’Italia più laica, e le sue idee sono di tutti. Parlava di diritti civili quando i partiti politici facevano a gara di bigottismo coi vescovi. Oggi festeggiano tutti la rivoluzione arcobaleno, trent’anni dopo aver donato a Pannella del massimo della considerazione con qualche botta di frocio. Lui parlava di giustizia e di strapotere delle procure ai tempi di Tortora, oggi è una gara ovunque al garantismo e alle sue parole. Abusandone, pure: lui che non è stato mai neppure sfiorato da un avviso di garanzia, nonostante abbia dedicato la sua vita alla politica. Ma in carcere ci è andato, eccome: per urlare ai diritti degli ultimi. E oggi si parla di carceri disumane. Parlava di riduzione del debito pubblico, trent’anni prima il fiscal compact. Parlava di legge elettorale, di maggioritario, di abolizione del Senato: trent’anni dopo il dibattito politico è sulle sue parole. Parlava di finanziamento pubblico ai partiti e vitalizi dei parlamentari, trent’anni prima la rivoluzione a cinque stelle.

Parliamoci chiaro: Pannella è sempre stato trent’anni avanti. Per questo non era capito, spesso preso per il culo, talvolta umiliato. Ma lui ha sempre continuato, imperterrito, sempre: usando e maltrattando il suo corpo, fino all’ultimo giorno, retto in piedi dalla dignità e dalla forza delle sue idee.

Per questo Pannella era di tutti e tutti hanno il diritto di piangerlo e salutarlo, perchè la sua vita è l’incarnazione stessa di una passione travolgente che è diventata missione. La sua vita è la spiegazione di come un solo uomo può cambiare le cose e migliorarle, per molti. Tutti l’hanno capito: per primi chi lo prendeva per il culo. E tutti sanno che grazie a Pannella l’Italia è oggi un paese più libero.

Oggi a salutarlo c’era una folla variopinta, bellissima: bambini, monaci tibetani, ministri. Un bambino ha chiesto al padre: “ma chi era questo Marco?” Ho risposto io: “un gigante, tra tanti nani”.

Grazie Marco

La folla in attesa di salutare per l'ultima volta Pannella, nella sua camera ardente a Montecitorio

La folla in attesa di salutare per l’ultima volta Pannella, nella sua camera ardente a Montecitorio

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