La Liberazione è di tutti

Mio nonno non era partigiano. Poco più che bambino l’hanno strappato alla madre e gli hanno messo sulle spalle una camicia nera. Un fucile in mano e via, in guerra. È stato catturato dai francesi, e ha passato gli anni della sua giovinezza in un campo di concentramento. È sopravvissuto al terrore e al gelo, tornando a casa dopo la guerra in una Spezia povera e liberata.

Mio bisnonno non era partigiano. Si chiamava Franz, ed era bavarese. Ha combattuto nel gelo dell’inverno russo, con la panzer division tedesca. La sua “fortuna” è stata ricevere una pallottola nell’intestino. Ha passato gli ultimi anni della guerra in Danimarca, a riprendersi da una ferita che sembrava non dare scampo. Ha sofferto le pene dell’inferno ed è tornato a casa anni dopo, in una Baviera povera e occupata. Ha costruito la casa della nostra famiglia con le sue mani, perché la sua gli era stata portata via.

È sorprendente scoprire come, ancora oggi, ci sia chi ritiene la liberazione una festa di uno e non dell’altro. La liberazione è di tutti e certo anche mia, che non ho antenati partigiani.

Il 25 aprile si festeggia la liberazione di questo paese dalla tragedia del fascismo, dalla guerra e dalla privazione della libertà. La liberazione è di tutti perché l’Italia di oggi è nata in quella tragedia, che non ha risparmiato nessuno.

Con la sua memoria di paese occupato e umiliato l’Italia si è rialzata, costruendo ciò che è oggi. Senza gli angloamericani non sarebbe mai stata liberata. Senza i partigiani saremmo stati come la Germania: smembrati e sotto lunga occupazione. E i partigiani non erano certo tutti comunisti: ma anche cattolici, socialisti, azionisti, liberali, contadini come intellettuali che non guardavano certo alla politica ma al pezzo di pane che in casa mancava.

Fare della liberazione una festa di pochi e negarla ad altri non solo è un falso storico, ma l’incomprensione stessa di cos’è stata e cosa significhi.

Palazzi Spezia

Paita (Renzi) e Orlando: due visioni allo scontro

Non si può certo negare tra le doti di Raffaella Paita la chiarezza. E non è poco, nella politica attuale che ci ha abituato a navigare in un mare di vaghezze, commenti ambigui e attenzione alle virgole. “Sono contenta che Orlando voglia candidarsi alla segreteria nazionale del Pd.” Commentava così la candidatura del suo concittadino Andrea Orlando alla segreteria nazionale del Partito democratico, continuando: “ho letto che il ministro della Giustizia scende in campo per rappresentare un punto di vista diverso all’interno del Partito Democratico: bene, sarà l’occasione per spiegare a tutti in cosa consista questa diversità, visto che negli ultimi anni ha sempre votato con Renzi stando nel suo governo, senza mai distinguersi”.

Ed è proprio questa contiguità col Renzi premier, il tallone d’Achille che peserà nella corsa del ministro: dichiaratamente basata su un’alternanza di temi, tempi e modi rispetto alla narrazione ultraveloce renziana. Lo spezzino Orlando, difatti, scopre la sua forza mostrando quello che è: uomo di partito, grigio di abito e rosso di memoria. Ultimo esponente della tradizione migliorista, dentro il Pci, del Presidente Napolitano. Tutta sostanza e socialdemocrazia, niente movimentismo grillico. Un futuro da scrivere ma già un magnifico passato alle spalle, aperto a vent’anni quand’era già segretario della Fgci di Spezia. A quarantotto è già un navigatore consumato: consigliere e assessore comunale, poi deputato e ministro negli ultimi tre governi.

Un mare, quello della politica, che Orlando conosce benissimo e che naviga con uno stile radicalmente diverso da quello della Paita, che si pone in perfetta alternanza a livello locale. Anche antropologica: perfettamente a suo agio nell’incarnare lo stile renziano tutto velocità, istinto, chiarezza. La Paita è una donna forte, determinata, coraggiosa, che non ha paura di attaccare l’avversario anche interno al partito rinunciando a cerchiobottismi o mezze parole. Nel mare mosso del Partito Democratico, dove insulti e scissioni sono quasi all’ordine del giorno, Orlando è invece il legno che si flette ma non si spezza. “Dobbiamo rifare il Pd che abbiamo sognato dieci anni fa, lavorando per evitare che la politica diventi soltanto risse, conflitti e scontri tra personalità”. Parole misurate: l’elogio della lentezza, del dibattito e del passato contrapposti alla furia degli hashtag e dello sguardo rivolto avanti e mai indietro. “Ho deciso di candidarmi perché non mi rassegno al fatto che la politica debba diventare solo prepotenza”. La freccia è dritta al cuore dello stile renziano. E paitiano, a Spezia. Orlando parla con orgoglio una lingua difficile, che appare nostalgica ai più: ma che sa saturare qualche ferita e diaspora di chi guarda con affetto ai tempi di bandiere rosse e dibattiti infiniti nelle segreterie.

Intanto, a Spezia che è la sua città non c’è stato nessun abbandono della nave. Se erano molti a voler già aderire agli scissionisti di Speranza e Bersani, oggi nello spezzino è tutto fermo. Anche al neoborbonico Emiliano nessuno ha annunciato l’adesione. In vista di un congresso che ridisegnerà il partito, strappando vecchi vessilli correntizi e innalzandone di nuovi, a Spezia la separazione tra Paitiani e Orlandiani che ha retto tutte le sfide interne negli scorsi anni si riproporrà ancora più netta. Dividendo il partito locale come una mela, in vista delle primarie del 30 aprile. E a un mese o poco più dalle elezioni comunali. A poco serve la provocazione di Orlando in Sala Dante, domenica sera, quando presentava a Spezia la sua candidatura: “do quasi per scontato che i renziani spezzini mi sosterranno”. Non sarà così e lo sa. Avrà però il supporto, anche se ancora non palese né dichiarato, della terza forza dello schema spezzino che fa riferimento a Brando Benifei e a livello nazionale a Cuperlo.

Il risultato del congresso andrà intanto a definire la composizione delle liste elettorali per le, ormai prossime, elezioni politiche. E Raffaella Paita è in corsa, nel collegio elettorale locale, per un posto in Parlamento. Ampiamente. Porterà con forza, coerentemente col suo stile, il vessillo del renzismo nella sua città natale. Promettendo un risultato importante per Renzi e contro Orlando proprio dove ogni politico dovrebbe essere più forte: a casa sua. E chissà che proprio la candidatura di Orlando non possa così, curiosamente, rappresentare per lei un’opportunità.

Pubblicato su “Il Giornale” del 28/2/2017

Carugi Liguria Politica Spezia

DIRITTI, DIRITTI, DIRITTI

Atterrato in Italia, scopro una capitale bloccata e ostaggio dei tassisti. Uno sciopero violento e surreale. Arrivando da New York, dove convivono pacificamente Taxi, Uber, Lyft, servizi di metropolitana e mobilità pubblica efficienti, queste sensazioni fermentano ancora più forti. Sembra di scorgere i nocchieri scioperare contro l’avvento del motore a scoppio.

DIRITTI, DIRITTI, DIRITTI l’urlo del tassista. Che intanto non mi accetta il bancomat o la carta, costandomi una follia che i Taxi gialli di New York o neri di Londra sono regalati, al confronto. Capisco la follia italiana dei 100mila euro di licenza, ma hanno protestato anche quando si era proposto di abbassarla. Capisco l’assurdità di obblighi rigidissimi di orari o tariffe: ma la soluzione non è certo impedire a qualcun altro di lavorare, quanto liberarsi di qualche obbligo. Nei paesi civili la concorrenza si basa sulla qualità dei servizi, non sul soffocamento delle altre realtà.

DIRITTI, DIRITTI, DIRITTI. L’Italia è come il gigante Gulliver, imbrigliata da mille lacci che ne impediscono di rialzarsi. E al posto che liberarci, ogni giorno ci leghiamo a nuovi laccetti. E gli italiani sono assuefatti al degrado. Si vede ovunque, ogni ora, questa rassegnazione è palpabile. Non vedono via d’uscita. Sono arrabbiati. Nutrono rancore. Sono stanchi, di un paese fermo e imbrigliato. La politica può fare poco: in tutta la storia dell’umanità, la politica da sola non ha mai creato ricchezza. La rivoluzione industriale è un prodotto della tecnologia. Sono l’innovazione, la ricerca, la competenza, il talento, la creatività, l’istruzione che creano il valore aggiunto. L’Italia non lo fa da quindici anni. Il nostro sistema è congegnato per bloccare le energie produttive. E fermare il progresso per difendere qualche diritto, come facciamo da anni, è come cercare di fermare un corso d’acqua con le mani.

DIRITTI, DIRITTI, DIRITTI. Da bambino non mi hanno mai detto che ero titolare di diritti. Né a scuola, né in famiglia. Avevo molti doveri. Se li rispettavo, venivo premiato. Altrimenti, venivo punito. In Italia oggi – nella famiglia, nella scuola, nella società – tutti vogliono tutto. Nessuno è più educato a pensare che per avere qualcosa, prima deve essere disposto a offrire qualcos’altro e in più. Neppure i tassisti. Ma come loro pensionati, politici, giornalisti, avvocati, magistrati, dipendenti pubblici. Tutti. L’intero sistema è congegnato in questo modo. Sono tutti rassegnati a difendere il proprio giardinetto, timorosi che qualcun altro possa metterci piede. Hanno il terrore del futuro, perché si sono ormai rassegnati a non vederlo più in questo paese fermo e imbrigliato .

DIRITTI, DIRITTI, DIRITTI. Un paese così non può funzionare. È un paese morto. E chi lo dice è un ragazzo innamorato perdutamente della propria terra, dove vorrebbe crescere e veder crescere la propria famiglia, ma che come molti altri si scopre con un piede da qualche altra parte. Dove non si è soltanto, e stancamente, rassegnati al passato.

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Assoluzione di Raffaella Paita: le motivazioni

Sono di oggi le motivazioni dell’assoluzione a Raffaella Paita: “all’assessore regionale all’ambiente né sono ordinariamente attribuiti specifici poteri amministrativi idonei alla dichiarazione dell’allerta meteo, né avrebbe potuto sostituirsi alla figura dirigenziale”.

Motivazioni che rappresentano, al di là di qualsiasi posizionamento politico, una buona notizia per le istituzioni locali e per la politica tutta. A causa di bizzarri grillismi e di uno strano clima da caccia alle streghe che addossa alla figura del politico qualsiasi colpa del vivere, negli ultimi anni si è troppo spesso confuso il ruolo del politico e del dirigente amministrativo.

Guardando al dito della responsabilità amministrativa e personale si è quindi dimenticati di osservare la luna, senza più chiedere al politico quale fosse la sua visione sul futuro e di realizzarla, quando amministratore.

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L’illusione Matteo Renzi

C’era un Renzi che piaceva agli italiani. Era quel Renzi arrembante all’assalto della nomenklatura politica e del suo simbolo più logoro, il Pd ultimo erede della nostra lunga tradizione partitica.

Il giovane finalmente politically incorrect, che prometteva aria nuova, idee nuove, facce nuove: e gli si poteva credere dal momento che era lui stesso a incarnarle. Inizialmente mal sopportato, mai del tutto digerito, quasi del tutto non supportato dall’establishment del suo partito, perse le primarie che condussero Bersani al massacro contro Grillo e Berlusconi. Immobile e ingessata in un inedito schema tripartitico, costretta ad affidarsi (ancora una volta) a quel vecchio furbone di Napolitano, l’Italia tutta si ritrovò a scoprire nel giovane Renzi l’unica ancora di novità.

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MEB e i lenti riti della democrazia parlamentare

Oggi Maria Elena Boschi era bellissima.

La politica non è solo parole e gestione del potere: è anche e soprattutto un lungo rito, rapporti umani, teatralità, codici, immagini e percezioni.
Il governo dimissionario doveva chiedere oggi la fiducia al Senato sulla legge di bilancio, prima che si formalizzasse la sua crisi al colle del Quirinale. Per chiudere il sipario, ha proposto i suoi due simboli più forti.

Palazzi Politica

Perché Trump ha già vinto, a un giorno dalle elezioni

Oggi gli Stati Uniti d’America eleggeranno il loro nuovo Presidente.

Sarà un’America molto diversa quella che andrà al voto, rispetto a quella che ha rieletto Barack Obama quattro anni fa. L’elettorato di questa nuova tornata sarà, difatti, il più eterogeneo della storia. Secondo le analisi del Pew Research Center, quasi un elettore su 3 (il 31 per cento!) sarà nero, ispanico, asiatico o appartenente a qualche altra minoranza.

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