Assoluzione di Raffaella Paita: le motivazioni

Sono di oggi le motivazioni dell’assoluzione a Raffaella Paita: “all’assessore regionale all’ambiente né sono ordinariamente attribuiti specifici poteri amministrativi idonei alla dichiarazione dell’allerta meteo, né avrebbe potuto sostituirsi alla figura dirigenziale”.

Motivazioni che rappresentano, al di là di qualsiasi posizionamento politico, una buona notizia per le istituzioni locali e per la politica tutta. A causa di bizzarri grillismi e di uno strano clima da caccia alle streghe che addossa alla figura del politico qualsiasi colpa del vivere, negli ultimi anni si è troppo spesso confuso il ruolo del politico e del dirigente amministrativo.

Guardando al dito della responsabilità amministrativa e personale si è quindi dimenticati di osservare la luna, senza più chiedere al politico quale fosse la sua visione sul futuro e di realizzarla, quando amministratore.

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Un incubo concluso con la parola assoluzione – Intervista a Raffaella Paita

E un messaggio a Forcieri: “Ora si faccia da parte”

 

I suoi sostenitori ne tessono le lodi di una donna forte, determinata, coraggiosa. I suoi detrattori ne riconoscono gli stessi tratti, ma interpretandoli con le sfumature di cinismo, freddezza, ambizione. Raffaella Paita stessa riconosce i primi, pur comprendendo i secondi: “Una donna deve avere il diritto di essere ambiziosa. Se con la mia esperienza avrò smosso di un millimetro la cultura sociale del mio territorio in questa direzione, avrò già fatto molto.” Di lei si è scritto e parlato molto, quel che è certo è che uno dei protagonisti assoluti della politica ligure.

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Raffaella Paita è stata assolta

Al di là di qualsiasi posizionamento politico, l’assoluzione di Raffaella Paita non è soltanto una buona notizia per lei ma anche e certamente per le istituzioni, per la città, per la dignità di una persona prima del politico e per la sua famiglia.

Oltre che l’ennesima riflessione necessaria su come e quanto un avviso di garanzia (e non una condanna, pur con tutto ciò che lo stesso ne consegue) possa investire, in questo paese, vita di una persona e ordinario processo democratico.

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Da Spezia a Roma, il MoVimento 5 Stelle ha gli stessi problemi

È saltata la candidatura a sindaco di Marco Grondacci col Movimento 5 Stelle nella mia città, La Spezia.

A nulla è valsa una plenaria di militanti locali che si è espressa all’unanimità: il blog di Beppe Grillo, libro sacro del Movimento, l’ha liquidata in due righe. “Contraria al Movimento: chi ha già svolto due mandati elettorali (a qualsiasi livello e in qualsiasi anno) non si può candidare con il Movimento 5 stelle”.  Ebbene sì, Grondacci si è candidato la prima volta come consigliere di circoscrizione nel 1985, con la tessera del Pci. Trentuno anni fa, quando al cinema usciva “Ritorno al futuro” e Ronald Reagan, Margaret Thatcher e Bettino Craxi erano nel pieno dei loro mandati presidenziali.

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Ciao Marco, un gigante tra tanti nani

Esco da Montecitorio, sono andato a salutare un grande uomo.

Dovevo andare a trovare Marco Pannella questa settimana, nella sua polverosa mansarda romana. Vivrò il rimorso di averlo salutato qui, oggi. Nell’ultimo mese la sua casa ha vissuto un autentico pellegrinaggio, con tanti uomini e donne che hanno ancora una volta voluto vedere la forza dei suoi occhi. Lui soffriva le pene dell’inferno. Soffriva come un cane: aveva due metastasi. Ma accoglieva tutti, parlava con tutti. Ascoltava, con attenzione. La sua casa era aperta: come negli anni ’70, quando le BR lo minacciavano e lui per tutta risposta scardinava il portone di casa e appendeva un cartello: “VENITE AD AMMAZZARMI, VIGLIACCHI”.

Ha parlato di politica, di idee, di futuro: fino all’ultimo istante. Soffriva, ma il suo corpo come sempre incarnava ed era strumento stesso della sua politica. Ed è così ancora oggi, che lui non è più ma la sua camera ardente è a Montecitorio. Ancora oggi, il suo corpo ricorda a tutti la forza delle sue idee e la sua passione travolgente per la vita, per i diritti, per le libertà dei primi e degli ultimi.

Non condivido la polemica di chi dice “tutti a incensarlo ora: quando era, che consenso aveva?” Parliamoci chiaro, le idee di Pannella sono sempre state largamente minoritarie. Sempre. La storia ha dato ragione a Pannella. Il tempo, non le persone.
Lui parlava di divorzio e aborto all’Italia cattolica. Quarant’anni dopo viviamo un’Italia più laica, e le sue idee sono di tutti. Parlava di diritti civili quando i partiti politici facevano a gara di bigottismo coi vescovi. Oggi festeggiano tutti la rivoluzione arcobaleno, trent’anni dopo aver donato a Pannella del massimo della considerazione con qualche botta di frocio. Lui parlava di giustizia e di strapotere delle procure ai tempi di Tortora, oggi è una gara ovunque al garantismo e alle sue parole. Abusandone, pure: lui che non è stato mai neppure sfiorato da un avviso di garanzia, nonostante abbia dedicato la sua vita alla politica. Ma in carcere ci è andato, eccome: per urlare ai diritti degli ultimi. E oggi si parla di carceri disumane. Parlava di riduzione del debito pubblico, trent’anni prima il fiscal compact. Parlava di legge elettorale, di maggioritario, di abolizione del Senato: trent’anni dopo il dibattito politico è sulle sue parole. Parlava di finanziamento pubblico ai partiti e vitalizi dei parlamentari, trent’anni prima la rivoluzione a cinque stelle.

Parliamoci chiaro: Pannella è sempre stato trent’anni avanti. Per questo non era capito, spesso preso per il culo, talvolta umiliato. Ma lui ha sempre continuato, imperterrito, sempre: usando e maltrattando il suo corpo, fino all’ultimo giorno, retto in piedi dalla dignità e dalla forza delle sue idee.

Per questo Pannella era di tutti e tutti hanno il diritto di piangerlo e salutarlo, perchè la sua vita è l’incarnazione stessa di una passione travolgente che è diventata missione. La sua vita è la spiegazione di come un solo uomo può cambiare le cose e migliorarle, per molti. Tutti l’hanno capito: per primi chi lo prendeva per il culo. E tutti sanno che grazie a Pannella l’Italia è oggi un paese più libero.

Oggi a salutarlo c’era una folla variopinta, bellissima: bambini, monaci tibetani, ministri. Un bambino ha chiesto al padre: “ma chi era questo Marco?” Ho risposto io: “un gigante, tra tanti nani”.

Grazie Marco

La folla in attesa di salutare per l'ultima volta Pannella, nella sua camera ardente a Montecitorio

La folla in attesa di salutare per l’ultima volta Pannella, nella sua camera ardente a Montecitorio

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Marco Pannella, ricordo indelebile

Ricordo un aneddoto di Marco Pannella, che mi lega a lui.

L’ho conosciuto al Parlamento europeo, lui partecipava ad un congresso sulla libertà di ricerca scientifica. Lui era l’uomo dei diritti, delle libertà: gli unici doveri che raccomandava al mondo li soffriva sulla sua pelle.
Nell’emiciclo dell’aula di Bruxelles lui è in ultima fila, ascolta attento tutti i relatori, non si perde una parola. Lui era l’uomo delle parole, del dialogo, del confronto infinito.

Anche in ultima fila, il magnetismo della sua figura era fortissimo: c’era quasi la fila, per andarlo a salutare. Italiani, Polacchi, Spagnoli, Inglesi: tutti erano attratti da quest’uomo coi capelli bianchi raccolti in una coda e la cravatta gialla e sgargiante.
A un certo punto, da non si sa quale angolo della giacca, estrae il suo sigaro e lo accende. È il panico. Spuntano fuori dal nulla inservienti che gli chiedono di spegnerlo, anche energicamente. Lui li guarda, prima sorpreso poi infastidito, al che urla “IO FACCIO QUELLO CHE CAZZO VOGLIO!” ed esce dall’emiciclo!

Il silenzio piomba nell’aula. Lui era l’uomo della teatralità, del palcoscenico, dei riflettori accesi su se stesso per le proprie battaglie.
Lo rincorro, non lo conoscevo anche se avevo ascoltato la sua voce ormai familiare per ore, ore e ore.
Siamo fuori dall’aula, e mi presento. Sorride, mi da un buffetto. Cominciamo a parlare di un comune amico. Mi racconta di quando hanno mangiato insieme la prima volta, l’aveva invitato a casa sua e lui stava facendo lo sciopero della fame: “cucinavo per i miei ospiti, era come mangiare con loro. Altrimenti era una sofferenza.”

Lui era l’uomo degli scioperi della fame, delle iniziative roboanti, dei principi così forti che la sofferenza della persona era nulla e non poteva che piegarsi, al loro cospetto.
Mi chiede dove può trovare un distributore automatico: ha fame e se non fuma ama gli snack e le merendine. Ho una foto bellissima: mentre mangiamo un twix insieme, innaffiato da una risata e una bottiglietta d’acqua. Parliamo di Bruxelles, mi suggerisce qualche ristorante assurdo. Parliamo di politica, e capisci solo guardando i suoi occhi che la sua visione è diversa e lontana, dall’ordinario. Quando ci salutiamo mi abbraccia, come fossimo vecchi amici.

Ci mancheranno, quegli occhi che sapevano guardare così lontano.
Ci mancherà, la sua visione così straordinaria dell’Italia e del mondo.
Grazie, per tutto quello che hai fatto per noi.

Grazie Marco

 

Pubblicato su L’Opinione il 28/12/2016

 

Insieme a Marco al Parlamento europeo

Insieme a Marco al Parlamento europeo

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La debolezza delle istituzioni, ai tempi di Mafia Capitale

Il diritto di seppellire come si vuole familiari e amici è di tutti: cittadini e mafiosi.
La volgarità non è reato, il gusto per l’osceno e per il kitsch non sono crimini: neanche per la famiglia dei Catatonica.
La questione vera, gravissima e tremendamente penosa per tutti i cittadini Italiani, è l’esibizione orgogliosa di un clan alla luce del sole e in beffa allo Stato, con tutti i suoi espliciti codici mafiosi e la contemporanea ammissione di debolezza delle istituzioni.

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