L’illusione Matteo Renzi

C’era un Renzi che piaceva agli italiani. Era quel Renzi arrembante all’assalto della nomenklatura politica e del suo simbolo più logoro, il Pd ultimo erede della nostra lunga tradizione partitica.

Il giovane finalmente politically incorrect, che prometteva aria nuova, idee nuove, facce nuove: e gli si poteva credere dal momento che era lui stesso a incarnarle. Inizialmente mal sopportato, mai del tutto digerito, quasi del tutto non supportato dall’establishment del suo partito, perse le primarie che condussero Bersani al massacro contro Grillo e Berlusconi. Immobile e ingessata in un inedito schema tripartitico, costretta ad affidarsi (ancora una volta) a quel vecchio furbone di Napolitano, l’Italia tutta si ritrovò a scoprire nel giovane Renzi l’unica ancora di novità.

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La stabilità è legge: e Verdini ne detta le virgole

La stabilità è legge.
Nello stesso giorno in cui il Senato approva la manovra, il gruppo di Verdini, ALA, si arricchisce ufficialmente di due elementi: Sandro Bondi e Manuela Repetti. Aumentando così la propria già notevole influenza, nel ramo del Parlamento più in bilico.
Sgombriamo il campo da ogni equivoco: Denis Verdini è il vero giocatore di questa legislatura, il parlamentare che più ha influito e dettato i tempi di politiche e riforme.

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Berlusconi a Bologna rinuncia alla leadership

Silvio Berlusconi rinuncia alla sua leadership, andando a Bologna a rimorchio di Matteo Salvini.

Cercando poi esponenti dalla società civile per rilanciare il suo partito o proporne uno nuovo, abdica a rappresentare politicamente quel grande tessuto sociale di moderati, liberali, popolari di cui è stato inevitabile forza aggregante negli ultimi vent’anni.

Lasciando a Matteo Renzi praterie immense. Coerentemente, col percorso del Premier: con la sua ideologia, coi suoi progetti.
Che poco o nulla hanno a vedere con la sinistra, che da lui prima o poi si staccherà. O con la destra, che Salvini cerca di rappresentare. Con un Berlusconi a rimorchio, antinomia di se stesso.

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Chi è il vero leader del centrodestra tra Berlusconi e Renzi?

La responsabilità civile dei magistrati è legge. Il governo Renzi, a maggioranza Pd, ha realizzato quello che è stato negli ultimi vent’anni un punto fermo programmatico di ogni diversa coalizione di centrodestra. Mai realizzato, nonostante gli infiniti dibattiti, comizi, annunci, rilanci e proclami.

Il provvedimento segue la “rottamazione” dell’art. 18, altro cavallo di ogni battaglia del centrodestra, così come è stato plasmato negli ultimi vent’anni: a immagine e somiglianza di Silvio Berlusconi.
Non può, difatti, negare a Silvio Berlusconi il merito storico (o demerito, secondo alcuni) di aver federato i partiti del centrodestra e con questo trasformato, radicalmente, la politica italiana.

Raccolte le ceneri della Prima repubblica e accompagnata, col fulmine delle elezioni del 1994, nella direzione di una più moderna democrazia, sostanzialmente bipolare.
Al culmine dell’ascesa e della realizzazione del berlusconismo, fenomeno che per molti osservatori è talmente ampio e complesso da risultare addirittura trasversale e riguardare l’intero sistema Italia, il tessuto storico, sociale e politico del Paese era completamente spaccato. Scisso, più che da ideologie o culture politiche, tra chi stesse con Berlusconi e chi contro.

La ricerca da parte degli Italiani di un “uomo forte”, che possa con un colpo di spugna risolvere i mille problemi che ingabbiano il nostro Paese, è antica e ancestrale.
Mussolini, Craxi, Berlusconi, ieri. Oggi, Matteo Renzi.
I nostri padri costituenti, illuminati e consapevoli, soffocarono nella nostra Costituzione il ruolo del governo e soprattutto del suo capo, in favore del Parlamento.

Le conseguenze sono facilmente osservabili oggi, in un Paese stretto e incatenato da mille lacci normativi e burocratici che ne impediscono ogni sviluppo.
Matteo Renzi sta portando avanti, oggi, da sinistra, con coraggio e un pizzico di demagogia, quelle stesse riforme che il Cavaliere non è riuscito a fare da destra. Riforme senza colore, che nell’Occidente post Seconda guerra mondiale hanno fatto ovunque conservatori e riformisti.

Proprio per questo è sostenuto dalla maggioranza degli Italiani, rafforzato alle recenti elezioni europee da una percentuale di voti che non si osservava da sessant’anni. Quanto avversato dalla metà opposta.
Con l’ascesa di un nuovo uomo forte nell’immaginario collettivo si è rinvigorita, coerentemente coi nostri costumi, l’ondata di renzismo dilagante; ma è cresciuta al contempo un’ondata di antirenzismo tra commentatori, editorialisti, intellettuali e politici, da una parte come dall’altra.
Orientando inesorabilmente le linee politiche anche all’interno del centrodestra, tra chi ne è affascinato ammiratore o fiero avversatore.

L’avvento di Matteo Renzi ha così indubbiamente indebolito la figura di Berlusconi, già azzoppata da un micidiale cocktail di debolezza giudiziaria, età anagrafica e demeriti politici, incapace nel suo lustro ventennale di realizzare quelle riforme oggi promesse da chi, per molti aspetti, lo sostituisce.
Berlusconi non è più centrale, quasi un suo riflesso.
Ma si possono ancora facilmente osservare gli strascichi del Berlusconismo, fenomeno che ha completamente plasmato il Paese negli ultimi vent’anni.

A sinistra, c’è ancora chi rimprovera a Matteo Renzi il solo fatto di aver parlato al Cavaliere, di averlo riconosciuto come interlocutore.
E ancora, nell’occasione dell’elezione di Sergio Mattarella al Quirinale, l’imposizione di un nome a Berlusconi è stato l’unico, vero, collante di una coalizione di centrosinistra sino a poche ore prima sull’orlo di un’implosione. Che sarebbe stata, nei fatti, innescata proprio dal flirt mai sopportato col Cavaliere.

Il centrodestra, al contrario, si è completamente sgretolato, perduto ogni riferimento nei valori e negli ideali che l’hanno accompagnato dal dopoguerra; lacerato in tanti, piccoli brandelli legati tra loro da questioni di posizionamento, apparato e potere. Diviso tra chi sostiene ancora il Cavaliere e ne riconosce ancora il leader attuale e futuro e chi al contrario lo ha ormai abbandonato, individuando in Matteo Renzi la figura che può realizzare, pur da sinistra, quelle riforme bandiere da sempre della propria parte politica. O in Matteo Salvini, chi ne può essere vero e degno antagonista.

Il berlusconismo, insomma, si è evoluto nella sua marginalizzazione politica, cedendo inesorabilmente il passo al renzismo ove non riesca più ad estendere le proprie influenze.
È ampio ed esteso il tessuto sociale che si riconosce nei valori liberali, liberaldemocratici, popolari, moderati, ma che non accetta più la figura di Berlusconi come suo leader, come negli anni precedenti.

Una larga fetta di questo popolo smarrito e senza leader ha affidato direttamente il proprio voto a Matteo Renzi, oggi paradossalmente riconosciuto come unico e vero baluardo contro l’atavico “nemico rosso”, al quale si è opposto Berlusconi per vent’anni.
Per il resto, in uno scenario desolatamente vuoto di figure carismatiche, sono le scelte di Matteo Renzi a dettare le linee politiche di una parte politica ormai inesorabilmente spaccata tra chi ne è fedele alleato o cieco oppositore. Definendo, nei fatti, contorni e alleanze, orizzonti e indirizzi politici dell’intero centrodestra.

 

Pubblicato su Formiche

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