11 settembre

Sentivo il freddo sulla fronte e sulle mani, incollate alla vetrata. Gli occhi, da bambino, erano gonfi di meraviglia della grande metropoli, del tramonto che incoronava i mille grattacieli in cristallo e poi la notte, le luci, la luna che illuminava il fiume Hudson e ogni cosa che fluttuava, al vibrare dei traghetti e dei rimorchiatori, al tonfo delle onde, al giocare dei venti, al bagliore delle luci. Una delle visioni più impressionanti ed evocatrici che abbia mai vissuto. Ero al 107° piano di una delle due torri gemelle, Lower Manhattan, New York.

Stavo camminando, fiero e appesantito del mio nuovo e immenso vocabolario di latino. Il giorno dopo avrei cominciato il liceo. All’improvviso ho avuto la sensazione d’un pericolo: le strade vuote e il silenzio, pesantissimo. Sono tornato a casa. Mia sorella era fissa sullo schermo della tv. Non c’era audio. Le immagini, sì. E su ogni canale, vedevo una torre del World Trade Center che bruciava come un gigantesco fiammifero. “Guarda, guarda è la nostra torre! Eravamo lì due mesi fa… guarda!!” Mettiamo l’audio, si parla di un aereo. Siamo paralizzati, inebetiti e poi sullo schermo è apparso un aereo. Bianco, grosso. Volava bassissimo. Si dirigeva verso la seconda torre. Era lentissimo, o forse velocissimo. “NO, NO, NO, NO, NOO NOOOOOOOOOOOO!!!!” E l’aereo che trapassa la seconda torre, come un coltello nel burro. Mia sorella che urla. Io non so, non ricordo. So che dopo quell’eternità, ho fatto l’unica cosa che può fare un bambino di 13 anni quando vive qualcosa più grande di lui. Ho chiamato papà. E poi abbiamo visto la gente che si buttava dalle finestre, e nuotava nell’aria. E poi i crolli. La prima torre che inghiotte sé stessa. E poi il fumo, grigio che copre tutto e la seconda torre che si fonde e si scioglie e crolla. E papà che sussurra a sé stesso e a noi: “il mondo non sarà più lo stesso”.

Luglio 2017. Diluviava. A New York cammini più in fretta, parli più in fretta, pensi più in fretta. Quando piove, ancor di più. Mi sono trovato di fronte al One World Trade Center: quella meraviglia di vetro e ferro che gli americani, orgogliosi, hanno costruito per sfidare il cielo e il passato. Al posto delle due torri, due voragini. A ricordare il vuoto. E i nomi di ognuno, inscritti nel metallo. Mi avvicino, come trascinato da una calamita. Ero solo, avvolto soltanto dal rumore della pioggia e dal profumo pesante dell’asfalto bagnato. Le mie mani hanno sfiorato un nome, nel vuoto del metallo bagnato e gelido. Ed è stato come un pugno nello stomaco, violentissimo e un lampo: la vetrata della torre, la città, la notte e le sue luci. E poi la torre che brucia, la gente che nuota nell’aria e la torre che si scioglie e che crolla. E le parole di mio padre, che sedici anni dopo hanno ancora più senso.

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Cosa unisce Macron, Obama, Trudeau e Renzi

Barack Obama ha pubblicato, su Facebook, il suo endorsement ufficiale alla campagna di Emmanuel Macron. Lo stesso Macron, sempre sfruttando le piattaforme social ormai strumento di comunicazione ufficiale nella politica internazionale, ha trovato il tempo di fare i suoi complimenti al Matteo Renzi fresco vincitore delle primarie nazionali del Pd. Questi incroci internazionali non sono casuali, né lo sono i loro autori.

Che i sistemi partitici e le dottrine politiche che hanno retto dal dopoguerra il mondo occidentale si stiano squagliando, è ormai chiaro. I partiti tradizionali scollati dai tessuti sociali, i fili conduttori tra i candidati nella forza o meno di interpretare un messaggio pro o anti sistema.

Macron, Renzi e Obama non sono uniti da un’anacronistica e polverosa collocazione di centrosinistra, tra l’altro ben difficile da collocare in sistemi partitici così diversi come quelli separati dall’atlantico. Macron, addirittura, ha rotto col vecchio partito socialista francese che aveva retto il paese coi Rèpublicain dal 1958 ad oggi, fondando un anno fa un movimento politico con l’intento dichiarato di scavalcare le tradizionali divisioni destra-sinistra. Per alcuni commentatori sulla scia di Justin Trudeau, per altri del nostro Matteo Renzi: nessuno schema novecentesco, molto Twitter e un messaggio tutto basato sulla paura dei populismi. Ma non basta questo per accumunare questi profili, che si cercano e si supportano tra loro scavalcando barriere geografiche e politiche. La rivoluzione digitale, come le industrie del futuro che già oggi stiamo assaggiando come robotica, genomica e big data si stanno mostrando capaci di trasformare l’attuale struttura geopolitica. Nel ventesimo secolo lo spartiacque fondamentale che reggeva sistemi politici ed economici correva lungo l’asse sinistra/destra. Nel ventunesimo secolo, che già stiamo assaggiando, lo spartiacque dominante sarà tra sistemi economici aperti e chiusi.

La nuova globalizzazione, i nuovi strumenti digitali, soprattutto il mercato del lavoro rivoluzionato e che non sa più rispondere alle vecchie logiche novecentesche sta già orientando modelli ibridi in tutto il mondo occidentale. Ma che mostrano straordinarie similitudine tra loro.

Così Macron non può che ricordare nel messaggio e conseguentemente nello stile appunto Obama, Renzi e pure Trudeau che si ricercano affannosamente tra un post su Facebook e un Tweet. Marine Le Pen e il suo urlo identitario e antisistema e un pizzico autarchico non possono che essere plasticamente simili alle politiche di Trump, come a quelle di Matteo Salvini o di Nigel Farage. Il vecchio Jean-Luc Mélenchon, vera rivelazione a sinistra della corsa all’Eliseo francese, ricorda anche iconicamente Bernie Sanders. Ma il suo messaggio ritorna prepotente nei comizi ateniesi di Tsipras, come a Madrid coi Podemos e in Italia coi Cinque Stelle.

Sono molti i commentatori che si affannano nell’analisi di una “società liquida” anticipata da Bauman e realizzata oggi nelle fluttuazioni dell’elettorato. Il tema vero è che i sistemi politici ed economici che hanno retto il secolo scorso stanno scomparendo, ovunque in occidente e spesso con tempi e modi molto simili tra loro.

 

Pubblicato su Formiche e L’Opinione

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La Liberazione è di tutti

Mio nonno non era partigiano. Poco più che bambino l’hanno strappato alla madre e gli hanno messo sulle spalle una camicia nera. Un fucile in mano e via, in guerra. È stato catturato dai francesi, e ha passato gli anni della sua giovinezza in un campo di concentramento. È sopravvissuto al terrore e al gelo, tornando a casa dopo la guerra in una Spezia povera e liberata.

Mio bisnonno non era partigiano. Si chiamava Franz, ed era bavarese. Ha combattuto nel gelo dell’inverno russo, con la panzer division tedesca. La sua “fortuna” è stata ricevere una pallottola nell’intestino. Ha passato gli ultimi anni della guerra in Danimarca, a riprendersi da una ferita che sembrava non dare scampo. Ha sofferto le pene dell’inferno ed è tornato a casa anni dopo, in una Baviera povera e occupata. Ha costruito la casa della nostra famiglia con le sue mani, perché la sua gli era stata portata via.

È sorprendente scoprire come, ancora oggi, ci sia chi ritiene la liberazione una festa di uno e non dell’altro. La liberazione è di tutti e certo anche mia, che non ho antenati partigiani.

Il 25 aprile si festeggia la liberazione di questo paese dalla tragedia del fascismo, dalla guerra e dalla privazione della libertà. La liberazione è di tutti perché l’Italia di oggi è nata in quella tragedia, che non ha risparmiato nessuno.

Con la sua memoria di paese occupato e umiliato l’Italia si è rialzata, costruendo ciò che è oggi. Senza gli angloamericani non sarebbe mai stata liberata. Senza i partigiani saremmo stati come la Germania: smembrati e sotto lunga occupazione. E i partigiani non erano certo tutti comunisti: ma anche cattolici, socialisti, azionisti, liberali, contadini come intellettuali che non guardavano certo alla politica ma al pezzo di pane che in casa mancava.

Fare della liberazione una festa di pochi e negarla ad altri non solo è un falso storico, ma l’incomprensione stessa di cos’è stata e cosa significhi.

Palazzi Spezia

The OA: Netflix rivoluziona le serie tv

The OA è una serie tv di otto episodi, su Netflix dal 16 dicembre. Una serie praticamente impossibile da riassumere e spiegare: la sensazione di non aver capito nulla di trama o sceneggiatura si mantiene salda nel corso di tutte le puntate, e si solidifica con l’ultimo episodio. Creata da Brit Marling e Zal Batmanglij, ha stupito pubblico e critica per la sua originalità e l’immensa difficoltà a incasellarla in un qualsiasi genere tradizionale. Premesse da thriller psicologico, frammenti di horror, dramma familiare, sci-fi e fantasy. Un sottofondo romantico, se può intendersi romantico l’amore tra due protagonisti che vivono uno a fianco all’altro per sette anni, senza mai toccarsi.

Può ricordare ad alcuni Stranger Things, rimanendo in ambito Netflix, rientrando nella categoria nostalgica del soprannaturale anni ’80. Può ricordare Black Mirror e la sua inquietudine, Lost o Westworld, come serie tv capace ad ogni episodio di crearti nuove domande senza mai rispondere alle precedenti, o quasi. O ancora “The Leftovers”, il cinema gelido e cupo di David Fincher o le allucinazioni di Tim Burton.

La verità è che non è nessuna di queste cose, o forse un pizzico di tutte. Certamente è un prodotto rivoluzionario.

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Netflix ha presentato The OA promettendo di «offrire agli spettatori un’esperienza unica, che reinventa il formato narrativo di lunga durata». Un tentativo ambizioso, per la casa leader dell’intrattenimento online. Un esperimento che vale comunque la pena di vivere e osservare: anche per chi non ne rimanga soddisfatto (lo dico subito e dichiaratamente: non è il mio caso).

The OA è così particolare, che molti critici si sono trovati in difficoltà nel recensirla.  L’Economist ha scritto che The OA mostra che Netflix ha una grande “ambizione creativa”, apprezzando che possa e voglia sfruttare la sua forza commerciale per produrre anche cose di nicchia, e non solo serie costose e “per il grande pubblico” come The Crown.  Certamente Netflix ha mostrato coraggio.

Spiegarne la trama è difficile e insieme assurdo: troppo complessa, piegata su se stessa. Il vero punto di forza di The OA e della sua sceneggiatura risiede proprio nel fatto che ognuno può ritrovarci quello che vuole. Non esiste un finale vero: ognuno può ricostruirselo. E sono veri tutti.

DA QUI IN POI È SPOILER

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Ho amato follemente il finale di The OA. L’intera serie è totalmente spiazzante, e il suo culmine arriva sapientemente negli ultimi dieci minuti dell’ultima puntata. Per questo commenterò soltanto il finale, lasciando i commenti sull’intera serie che non ha neppure senso da osservare se non dall’inizio alla fine, dai primi secondi agli ultimi in un lungo respiro o sequenza visiva. Secondo le interpretazioni che si possono dare del finale, ogni frammento di ogni puntata assume un significato completamente diverso.

Il finale è davvero,  estremamente intelligente: perfetto, per finale una serie tv. La sceneggiatura ha volutamente lasciarto un finale ambiguo, riuscendoci perfettamente. Non lascia alcuna risposta al tutto, dandone la più forte.

Molte le possibili interpretazioni: tre vanno per la maggiore, lasciando aperta comunque tutta una serie di sottointepretazioni o sottotrame. La verità dipende dal pensiero dello spettatore. Esattamente come la storia di Prairie: la prima domanda che si pone e si deve porre lo spettatore è “posso crederle?”. La verità è distorta, piegata: può essere scelta in un infinito menù di multiversi. E sono tutte vere. Realizzando quello che è il mondo di Prairie e The OA.

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Prairie in uno dei NDE experience

La prima interpretazione del finale di The OA, la più semplice, è che Prairie non dica la verità. Lei è pazza, una malata psicotica, che ha passato tutto il tempo della sua sparizione suonando il violino in una stazione della Metro di New York. Creando la sua verità. È la più semplice, ma non per questo poco interessante: perché lascia capire quanto può essere complessa, difficile e profondamente drammatica la mente di una persona malata. Un labirinto e un abisso di dolore e sofferenza: con qualche scheggia di genialità. Perché una visione unica del mondo non può essere mai banale, e apparire quindi geniale. Insegna Erasmo da Rotterdam col suo Elogio della Follia. Gli amici di Prairie sono totalmente sedotti e affascinati da lei, esattamente come nella storia molti sono stati sedotti e affascinati da psicopatici e dai loro mondi. Come Charles Manson, per fare un nome. I suoi amici le credono, anche se cercando qualsiasi informazione sulla sua storia e degli altri rapimenti non rimangono che con un pugno di mosche in mano, o un video su YouTube di Prairie che suona il violino.

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La seconda interpretazione si basa sulla teoria che Hap, il carceriere di Prairie, è in realtà difeso dall’FBI e dal governo degli Stati Uniti. Il suo esperimento, del resto, non può certo essere giustificato anche sa capace di rivoluzionare lo stesso concetto di vita umana. A sostegno di quest’ipotesi la presenza del terapeuta di Prairie, dell’FBI, nella sua casa trova in piena notte. Cosa ci faceva lì? Forse doveva lasciare quella serie di libri, teoricamente ordinati su Amazon ma intonsi, che spiegherebbero come Prairie stava creando la sua storia? L’esperimento di Hap fa parte di una cospirazione governativa molto più ampia, indagando sulle esperienza post morte e su tutta una serie di mondi paralleli? È del resto improbabile, per un uomo solo, costruire una prigione e un’architettura simile a quella di Hap.

Prairie con Elias, lo psicoterapeuta impostogli dall'FBI

Prairie con Elias, lo psicoterapeuta impostogli dall’FBI

L’interpretazione finale è quella che Prairie racconti effettivamente la verità, priva di strane teorie del complotto: tra angeli, demoni, esperienze post morte, sette anni di rapimento e un amore folle per Homer, nella sofferenza infinita.

La mia teoria personale è che Prairie spieghi come viviamo in un multiverso. Alfonso, l’amico di Prairie, fosse in realtà Homer in un altro universo o in un altro mondo. Poco importa quando o dove. Probabilmente Prairie non è mai fuggita dal suo carcere, riscoprendo la vista in un altro universo che si è creata in un’esperienza post morte. Così, i 5 amici delle sedute notturne sono in realtà i 5 amici del carcere. O forse no.

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La realtà è che, alla fine, la migliore interpretazione è un mix di queste tre.

In realtà poco importa quali dettagli o quali parti della storia siano veri e quali no: il messaggio e il cuore è sempre lo stesso. Certamente Prairie ha vissuto intensamente e dolorosamente tutto il trauma della sua storia. Ma è accaduto veramente o se lo è creato nella sua testa? Poco importa. Forse non ha raccontata la storia di ciò che è accaduto davvero, o se ne è inventata una parte. Probabilmente non lo sa neppure lei. Ma per certo ha provato e ha vissuto qualcosa: le cicatrici, il dolore, la sofferenza. Gli altri dettagli non contano davvero.

Per certo viviamo in un multiverso. Ognuno può vivere la sua vita solo all’interno del suo corpo. Ma nella notte, nei sogni, vive già in un altro universo. Nella mente, può ricrearsene un altro. Dopo la morte, nessuno sa. Quale parte del racconto e della storia nella storia sia una metafora e quale no, tende a importare sempre meno mano a mano che la storia arriva alla sua conclusione. Lei ama Homer, che Homer sia o non sia. I suoi amici amano lei. La sua famiglia la ama. L’amore è vero. E l’amore muove tutta la serie tv. In un suo concetto un po’ assurdo e certamente rivoluzionario, quando due innamorati non possono neppure toccarsi. Assurdo e rivoluzionario come The OA, del resto.

Aspettiamo ora la seconda stagione, certo Netflix ha fatto centro.

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Pubblicato su Linkiesta

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Perché Trump per l’Europa è manna dal cielo

Nel suo stile sfacciato e provocatorio, con una manciata di dichiarazioni Donald Trump è riuscito a serrare i ranghi dell’Unione europea come mai successo in passato. In una sola intervista, il neo Presidente americano ha elogiato il trionfo della Brexit, auspicando una nuova ondata di rotture con l’Europa da parte degli stati membri. Ha accusato poi l’UE di essere asservita alla Germania e la Merkel di colossali errori nelle politiche migratorie. Ha chiuso con uno schiaffo al patto atlantico che ha retto l’equilibrio geopolitico dal dopoguerra ad oggi, definendo la Nato “obsoleta”.

Chiariamoci subito: nonostante uno stile discutibile e una retorica poco ortodossa, Trump non è il buzzurro che i media ripropongono continuamente nell’immagine dell’uomo ignorante e impulsivo. Inadatto, per i più, alla presidenza ben oltre qualsiasi altro predecessore nella storia. Le sue uscite a tratti sensazionali e sempre roboanti, sottendono in realtà a strategie geopolitiche precise.

Gli Stati Uniti non hanno mai davvero apprezzato l’idea di una Europa unita: osservandola dall’altro lato dell’atlantico come una minaccia economica al loro dominio.

In una recente intervista al Times e alla Bild, The Donald in perfetta coerenza col suo stile ha espresso liberamente questo pensiero: “l’UE è stata costruita anche per battere gli USA sul piano commerciale, ok?”. Effettivamente, creando il mercato comune gli europei hanno saputo affermarsi sulla scena economica internazionale, riuscendo a trasformare l’UE nella seconda potenza economica mondiale.

Nella sua logica e nella sua sfacciataggine, Trump non si è però reso conto di aver spinto per davvero gli europei a un sussulto. Dura la Merkel, a vestire per la prima volta i panni di leader europea e non tedesca: “Il destino degli europei è nelle nostre mani, non in quelle di Trump. Mi impegnerò perché i 27 stati collaborino intensamente, guardando al futuro”. Il capo della diplomazia francese Jean-Marc Ayrault: “la miglior risposta a Trump è l’unità degli europei”. E ancora Alfonso Dastis, ministro degli esteri spagnolo: “Trump dovrebbe imparare a conoscere l’UE dall’interno, non ci sfalderemo”. Infine Gentiloni, nel primo bilaterale proprio con la Merkel a suggellare, UK ormai lontana, un’ipotetica nuova leadership comune: “la collaborazione con Trump è fondamentale, ma ancor di più è rilanciare l’UE”. Da tempo, insomma, i leader del vecchio continente non si arroccavano in tal modo in difesa di un nemico comune: pensando da europei prima che da italiani, tedeschi, francesi, spagnoli.

Trump, nell’interesse della sua nazione, non ha dichiarato una guerra commerciale solo contro la Cina e il Messico ma anche contro l’Europa: che ora per sopravvivere deve imparare a difendersi militarmente e commercialmente. Toccando del resto anche la Nato, l’Europa tutta si sta accorgendo che l’ombrello militare americano non è più garantito. E Parigi e Berlino fanno per la prima volta fronte comune, sulla creazione di una difesa europea.

Thank you, Mr. President: per averci risvegliato da un lungo sonno. L’Europa di oggi è un incubo che non avremmo mai dovuto concepire: l’Europa finanziaria, l’Europa dei numeri che si è limitata a ridurre gravi crisi politiche su piani meramente tecnici, senza nemmeno cercarne risposte unitarie o politiche. Scoprendosi, inevitabilmente e regolarmente, debole e inadeguata.

Immigrazione, terrorismo, politica estera: l’Europa negli ultimi anni si è scoperta debole e marginale, al confronto col mondo. E non citiamo neppure Parigi, Roma o Berlino: del tutto ininfluenti su ogni crisi. È ormai evidente che senza un’unione politica, l’Unione europea non esista più e con lei i suoi paesi membri.

Ci voleva Trump a farci capire, a suon di tweet e schiaffi, che dobbiamo reagire alle sfide della modernità.

Il 2016 è stato certamente uno spartiacque. Sul piano geopolitico, potremmo scoprire ora giochi di alleanze che porrebbero fine ai blocchi che hanno retto l’ultimo anno di storia.

L’Unione europea, da utopia, potrebbe scoprirsi necessaria per non dissolversi lentamente dalla propria passata grandezza.

Thank you, Mr. President!

 

Pubblicato su L’Opinione e Cantiere Liberale

 

L'Opinione di sabato 21/01/2017

L’Opinione di sabato 21/01/2017

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Grazie 2016, ma il meglio deve ancora venire

Nel 2016 ho visto per la prima volta Londra e le onde del Pacifico. Dopo molto tempo, ho scoperto un sorriso vero illuminare il volto di mia mamma. Ho completato un Master, faticoso e bellissimo. Ho aperto un’agenzia di consulenza, coordinando poi 5 campagne elettorali grandi e piccole e collaborando con Senatori, europarlamentari, gruppi regionali, associazioni, aziende e professionisti. Dalle finestre del mio nuovo ufficio romano ho guardato i tramonti e i tetti di Roma, Montecitorio, il palazzaccio e il cupolone. Mi sono svegliato all’alba nella mia mansarda, in quella grande bellezza che è la Roma mattutina vuota e silenziosa ai piedi di San Pietro. Ho pregato ai piedi della Pietà di Michelangelo.

Ho corso, ho corso moltissimo. Sul Tevere, nella baia di San Francisco, a Central Park e sul ponte di Brooklyn in quella moderna meraviglia che è New York. E ancora nella Strip di Las Vegas e al Porto Mirabello, ancora e ancora. Ho nuotato in un Canyon nello Utah e alle rosse di Riomaggiore, che sono sempre la piscina più bella del mondo.

Ho scritto su 5 giornali, ricevendo messaggi, complimenti e ringraziamenti da perfetti sconosciuti dai 17 ai 91 anni. E sono stati tutti fantastici, perché nulla c’è di più emozionante che emozionare con le parole, per chi mette quelle parole in fila. Ho visto il nuovo Presidente di quel grande paese che è l’America, vivendo a pochi passi da lui le ore storiche e convulse della sua elezione. Ho conosciuto ragazzi e amici fantastici, a cui brillano gli occhi pensando al futuro. Ed è la qualità più grande che possono avere e che mi possono regalare, quando vivo il mio tempo con loro.

Ma il meglio deve ancora venire. E sarà bellissimo. Ciao 2017

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Carugi Liguria Spezia USA 2016

L’illusione Matteo Renzi

C’era un Renzi che piaceva agli italiani. Era quel Renzi arrembante all’assalto della nomenklatura politica e del suo simbolo più logoro, il Pd ultimo erede della nostra lunga tradizione partitica.

Il giovane finalmente politically incorrect, che prometteva aria nuova, idee nuove, facce nuove: e gli si poteva credere dal momento che era lui stesso a incarnarle. Inizialmente mal sopportato, mai del tutto digerito, quasi del tutto non supportato dall’establishment del suo partito, perse le primarie che condussero Bersani al massacro contro Grillo e Berlusconi. Immobile e ingessata in un inedito schema tripartitico, costretta ad affidarsi (ancora una volta) a quel vecchio furbone di Napolitano, l’Italia tutta si ritrovò a scoprire nel giovane Renzi l’unica ancora di novità.

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