Intervista a Umberto Bonanni – Spezia, città della cultura sparita

Intervista a Umberto Bonanni – Spezia, città della cultura sparita

Umberto Bonanni è promoter, appassionato, esperto di musica, organizzatore e già direttore artistico di concerti e grandi eventi. Spezzino doc e volto più che noto in città, anche se oggi lavora per di più in Toscana. Dopo essersi laureato al DAMS di Bologna, comincia come collaboratore del Teatro Civico di Spezia a fine anni ’90. Negli stessi anni diventa direttore artistico del Jux Tap a Sarzana, organizzando da allora più di 1000 concerti e portando il nome del locale all’onore delle cronache nazionali. È il boom.

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Mi hai battuto, ora sei alle Olimpiadi. E tifo per te

È il 2002. L’anno prima avevo vinto i regionali, e rappresentavo la mia regione. Sono poi arrivato terzo nazionale, ricordo ancora l’orgoglio di bambino nel portare il gonfalone sul podio.

Il 2002 ero pieno di speranza, mi andavo a giocare il mio primo campionato “vero”. Tre tempi, quindici stoccate per chiudere. Come i grandi. Come alle olimpiadi. Nella mia testa di bambino, non potevo che migliorare il risultato dell’anno prima. Il che voleva dire andare a medaglia.

Il palazzetto dello sport di Rimini ribolliva, la scherma italiana era in pedana. Dai bambini alle medaglie olimpiche, in una settimana sfilavano tutti. I bambini tiravano la mattina, e il pomeriggio sognavano guardando le gesta dei grandi. Rimini e le Olimpiadi erano distanti solo un sogno.

I primi gironi eliminatori li passo in scioltezza: nel primo non concedo quasi stoccate, nel secondo poco più.
Arrivano I sedicesimi. Cominciamo a fare sul serio. Gare secche. I trentadue ragazzini più forti d’Italia. Sono dentro. Unico spezzino, unico ligure. Ho il mio allenatore personale che mi accompagna ogni affondo, che mi spiega ogni stoccata. Come i grandi. Mi sento invincibile. A tifarmi ci sono i miei genitori, c’è il mio mitico nonno. L’orgoglio di averli portati a Rimini è forte.
Il mio allenatore mi avvisa: occhio, questo ragazzino è forte. Forte davvero. L’anno scorso non c’era, perché un altro siciliano l’ha battuto e si giocherà con lui la finale.
Io non ho paura di nulla, sono sicuro di me stesso come mai. Lui si chiama Giorgio, come me.

È fortissimo. Mi ricordo un parziale di 8 stoccate a 0. Non lo vedo mai. Mai.
Faccio finta di essermi fatto male a una mano per respirare un po’. Parlo con l’allenatore, ma non lo ascolto. Penso che è più forte di me. Mi ricordo tutto benissimo, ogni particolare, come fosse due giorni fa e non 14 anni.
Mi ricordo l’ultima delle tre stoccate che mi concesse: un capolavoro, mi disse l’allenatore, una tripla finta. Mi sono dovuto inventare “un capolavoro” per colpirlo! Era semplicemente più forte.

Sono fuori. 15 a 3.

Nella mia testa di bambino, come una folgore, mi colpì lo shock: fuori ai sedicesimi, addio ai sogni di podio, addio a Rimini. Volevo arrivare tra i primi quattro, sono fuori molto prima. Sentivo una responsabilità non mia, sentivo un sogno che scivolava tra le mani e a cui avevo fatto fin troppo presto la bocca.
Corsi fuori dal palazzetto e mi consolò mio nonno: io ancora con la tuta bianchissima, ancora con la maschera in mano.

Mi consolò anche quel ragazzino, che si chiamava Giorgio Avola. E che oggi si è giocato fino all’ultimo la sua medaglia olimpica.
Si è fermato ai quarti di finale delle Olimpiadi di Rio, ha perso 15-14 contro uno statunitense fortissimo. Ho guardato ogni suo affondo oggi, ho fatto il tifo ad ogni stoccata. Come fosse mia. È stato un grande, e guardarlo in tv pensando che 14 anni fa tiravo con lui mi ha messo i brividi.

Quella sconfitta mi ha dato tantissimo. Mi ha regalato uno dei momenti più intensi che ho vissuto con mio nonno. Mi ha insegnato che puoi avere tutto il talento del mondo, ma se non ti impegni ogni giorno e ogni ora sarai battuto, perché la vita ti riserva sempre qualcuno più forte di te. Giorgio Avola era più forte di me. Oggi ha trovato qualcuno più forte di lui.
Io poi ho mollato, subito dopo: il passaggio all’agonismo “vero”, quello di tutti i pomeriggi dedicati al fioretto, non faceva per me. Spero che Giorgio non molli, ora. Anzi sono sicuro di ritrovarlo con la medaglia d’oro olimpica al collo, tra quattro anni. Io farò il tifo per lui, come oggi.

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